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lunedì 29 dicembre 2014

Palomar - Italo Calvino

Palomar - Italo Calvino
Pagine: 112
Edizione: Oscar Mondadori


TRAMA                                                                            
Palomar, dapprima in vacanza, poi in città ed infine immerso nei suoi silenzi, conduce per mano il lettore illustrandogli un nuovo metodo di approccio al mondo ed è attraverso le sue osservazioni forzate fino al più piccolo particolare che Calvino conduce il lettore verso aspetti diversi dell'esistenza: dalla più banale delle cose, come il riflesso del sole sul mare, sino ai più affascinanti misteri quali le iscrizioni tolteche a Tula in Messico...


RECENSIONE                                                                
Palomar è un libro suddiviso in tre sezioni principali: Le vacanze di Palomar, Palomar in città, I silenzi di Palomar. Ognuna di queste sezioni è suddivisa in tre sottinsiemi, suddivisi a loro volta
in altre tre parti. Un'organizzazione sistematica, che fa pensare ad una struttura architettonica rigida e immobile, all'interno del quale vive un unico inquilino: Palomar, il protagonista di questo libro, un protagonista che non ci viene mai descritto fisicamente. E' solo un signore dal nome simbolico, il nome di un osservatorio astronomico, una lente d'ingrandimento, un occhio quasi robotico che, nonostante la sua miopia, vede più a fondo di chiunque altro e studia il mondo nei suoi dettagli più trascurabili. Un individuo il cui Io "non è altro che la finestra attraverso la quale il mondo guarda il mondo.", un Io depersonificato che trascura sè stesso per fondersi con ciò che lo circonda.
In un libro in cui non ci viene lasciato nessuno spazio di immaginazione, perchè tutto ciò che si può immaginare sta già scritto nelle pagine, l'unica libertà che l'autore ci lascia è quella di dare un volto a questo signore. Io me lo sono immaginata come un signore anziano dallo sguardo buono, come quei signori che talvolta incontri sull'autobus o ai giardini, mentre camminano lentamente con le mani dietro la schiena e si guardano attorno, vigili. 
Palomar è una miscela di vista e intelletto, nella mia testa ha la fronte spaziosa e due occhi enormi, coperti da occhiali altrettanto grandi. E' un solitario taciturno: la gente e le parole sono elementi di disturbo per chi viaggia sempre con la mente.
Palomar "volendo evitare le sensazioni vaghe, si prefigge per ogni suo atto un oggetto limitato e preciso" e lo studia in tre modi differenti. Talvolta, si tratta di un'osservazione analitica di un'onda, della vista dal suo terrazzo o della corsa sgraziata di una giraffa. In questi casi i racconti diventano un insieme di descrizioni estremamente accurate che sembrano aver tralasciato il tempo, osservando al rallentatore la superficie delle cose. 
Altre volte, invece, l'occhio non si limita a guardarle, vi passa attraverso, vi guarda all'interno. Da analitica, l'osservazione diventa anatomica, studia le viscere delle cose, che siano la pancia trasparente di un geco che inghiotte una farfalla, teschi e serpenti disegnati sulle pareti di un tempio di Tula o i formaggi esposti in un negozio alimentare di Parigi. Palomar si limita ad interrogarsi sui significati che ciò che vede si porta appresso, senza mai parlarne o dargli una forma, svalutando il discorso che rischierebbe solo di svalutare qualcosa di grande risonanza.
Il terzo modo, invece, è un'osservazione che non passa più attraverso gli occhi, ma attraverso la mente. Gli enti visibili diventano trampolini di lancio verso l'universo; Palomar coglie questi impulsi e si spinge oltre, a filosofeggiare sull'infinito, sul tempo o sulla vita in generale.
Ora, immaginate tutto questo raccontato dalle parole di Calvino, in una maestria di scrittura in cui ogni frase è al posto giusto e si concatena perfettamente con le seguenti, senza lasciare niente al di fuori, creando una catena di concetti talvolta estremamente difficili da districare, ma pur sempre fortemente evocativi. I racconti che leggiamo non sono semplici analisi, sono dimostrazioni dell'immenso potere della mente. Calvino crea mondi così fantasiosi e così ricchi che ad un certo punto il letto su cui stavo leggendo non è più bastato. Mi sono dovuta spostare sul tappeto, anche se erano le undici di sera e faceva freddo fuori dalle coperte, il letto non era più sufficiente. Avevo bisogno di uno spazio più aperto, di respirare più liberamente, di essere anche solo minimamente più in contatto con questo universo che veniva raccontato e che io avevo sempre considerato solo in parte.
Questo libro è una torre, ogni capitolo è uno scalino che da su una porta, e ogni porta si apre su una stanza in cui è racchiuso tutto, tutto quello a cui non abbiamo mai dedicato più di un'occhiata superficiale. Si continua a salire fino all'ultima parte, I silenzi di Palomar, che io ritengo la più bella in assoluto. Bella è un aggettivo che le maestre fin dalle elementari ti dicono di evitare, perchè è banale, perchè è riduttivo, ma è anche l'unico che mi viene in mente. Dopotutto è lo stesso Palomar a dire che le parole, talvolta, sono carceri per i grandi pensieri che ci teniamo in mente.
Sicuramente la migliore lettura del 2014 che mi è capitata tra le mani, quasi provvidenzialmente, proprio agli sgoccioli di questo anno.


"Quando Palomar s'era accorto di quanto approssimativi e votati all'errore sono i criteri di quel mondo dove credeva di trovare precisione e norma universale, era tornato lentamente a costruirsi un rapporto col mondo limitandolo all'osservazione delle forme visibili; 
ma ormai lui era fatto com'era fatto: la sua adesione alle cose restava quella intermittente
e labile delle persone che sembrano sempre intente a pensare a un'altra cosa
ma quell'altra cosa non c'è."


VOTO: 9,5

domenica 28 dicembre 2014

Carrie - Stephen King

Carrie - Stephen King
Pagine: 186
Edizione: Doubleday
Titolo originale: Carrie


TRAMA                                                                         

Carrie è un'adolescente presa di mira dai compagni, ma ha un dono. Può muovere gli oggetti con il potere della mente. Le porte si chiudono. Le candele si spengono. Un potere che è anche una condanna. E quando, inaspettato, arriva un atto di gentilezza da una delle sue compagne di classe, un'occasione di normalità in una vita molto diversa da quella dei suoi coetanei, Carrie spera finalmente in un cambiamento. Ma ecco che il sogno si trasforma in un incubo, quello che sembrava un dono diventa un'arma di sangue e distruzione che nessuno potrà mai dimenticare.


RECENSIONE                                                                    
Dopo aver letto Mr Mercedes, che mi ha lasciato particolarmente soddisfatta, ho scaricato la bibliografia completa di King in inglese e non ho resistito ad aspettare il 2015 per iniziarla. Ho deciso di ricominciare dal principio, dal primo romanzo di King, un ritorno un po' malinconico al mio primo approccio con il Re.
Sono sempre stata un'anticonformista delle letture da ombrellone, io in spiaggia mi affido ai classici, ai grandi autori della letteratura, mi piace utilizzare nel modo giusto la grande vastità di tempo che mi si apre davanti durante le vacanze estive. Ricordo che ero in Spagna quando avevo sfogliato le prime pagine di questo autore che un po' mi incuriosiva e un po' mi trasmetteva una sorta di timore reverenziale.
Da una tranquilla, paradisiaca caletta di Torre del Mar ero stata catapultata nel paesino
di Chamberlain, all'apparenza pacifico come la spiaggia su cui mi trovavo, su cui aleggia, però, una nuvola oscura. Diventiamo, fin dalla prima pagina, spettatori inerti di un destino di morte, lo conosciamo in anticipo e seguiamo impotenti il cammino della narrazione verso un climax di distruzione. Proprio questa narrazione, infatti, è inframmezzata da stralci di saggi e testimonianze sulla fatidica Prom Night, la sera del ballo. 
Ricordo che proprio questo stile mi aveva stupito, all'inizio: l'originalità, l'aggiunta di dettagli, la varietà di punti di vista e lo spostamento della visuale da un personaggio all'altro, vite seguite in parallelo. Era un particolare che mi aveva lasciata, allo stesso tempo, disorientata. Dal Re del thriller mi aspettavo una scrittura affilata, pungente, senza interruzioni, che arrivasse dritta al lettore e che scorresse rapida in un crescendo di terrore. Pensavo di chiudere il libro con i brividi sulla schiena.
Solo dopo una seconda lettura e dopo una maggiore, seppur ancora minima, conoscenza dello scrittore, posso dire che il genio di Stephen King non sta nello sviluppo di una trama terrificante, ma nella creazione di personaggi unici e inquietanti, perchè resi terribilmente veri. Camminando per strada, una ragazza dallo sguardo un po' perso, gli occhi penetranti e i capelli davanti al viso potrebbe diventare un'aspirante Carrie White. Io stessa, con i miei occhi chiari che spaventano un po' tutti, anche Stefano Benni durante un incontro di Mare di Libri, potrei scoprire di essere una possibile protagonista di un romanzo di King. 
La nuvola oscura che aleggia su Chamberlain staziona sulla casa dei White, mai chiamata White House nella versione inglese, per evitare politici giochi di parole. E' un po' come la casa degli Addams, un alone di oscurità in un paese limpido, una casa attorno a cui si percepisce il Male che vive all'interno. 
Carrie White è un personaggio meravigliosamente rappresentato. E' la classica ragazzina indifesa, ignara del mondo che la circonda, è indietro rispetto agli adolescenti che vanno sempre avanti, che bruciano le tappe e pensano di conoscere tutto della vita. E' un brutto anatroccolo in mezzo ai bei cigni, ma anche lei è destinata a sbocciare. Quella minuscola molecola di DNA che nelle altre porta alla pubertà, alla crescita del seno e alla marcatura dei lineamenti, in Carrie porta allo sviluppo di un potere più grande di lei, una bomba atomica pronta ad esplodere. Carrie è vittima di anni di bullismo, prese in giro e sgambetti, colma di una pericolosa rabbia repressa che in lei si manifesta grazie alle telecinesi, un potere che esplode in tutta la sua grandezza durante la notte del ballo, trasformando il sogno di ogni ragazza americana in un incubo. Da invisibile e noiosa adolescente, diventa un mostro leggendario raccontato in giornali e romanzi, studiato e analizzato da commissioni di scienziati. L'errore sta nel fatto che il vero mostro è la madre, anch'essa rappresentata con una fenomenale maestria. E' il modello dell'eccesso e dell'estremismo, una fanatica religiosa che arriverebbe anche ad uccidere in nome della purezza. Ossessionata dal peccato, affligge sua figlia ad un'esistenza tormentata e pudica, quasi peggiore di quella che vive tra i corridoi di scuola.
Io, seguendo la sua storia di Carrie in tutti i suoi recessi, non riesco a non giustificarla. 
Chi di noi, avendo tra le mani una tale capacità, non la utilizzerebbe per vendicare tutti i torti subiti? 
La verità è che c'è una parte di Carrie White dentro ognuno di noi, che non emergerà mai (per fortuna, mi verrebbe da dire) o che spunterà solo in una piccola e impercepibile parte. Essa può permettersi di fuoriuscire tra le pagine di questo libro, invece che nella nostra vita.  Espiazione: partecipiamo al suo dolore e ce ne liberiamo con lei.  
Carrie rappresenta l'esordio di un Genio. Uno stile in cui non si legge la timidezza comune tra gli scrittori emergenti, ma un'audace consapevolezza, come se egli stesso vedesse tra le righe il seme che negli anni avrebbe dato vita ad un grande scrittore, destinato ad affascinare centinaia di lettori con i suoi best-seller, che scrive in una velocità tale da ridurre anche il gusto dell'attesa.
E' sicuramente la lettura più consigliata per chi vuole entrare nel mondo di Stephen King.



"Le persone non migliorano, diventano semplicemente più intelligenti. 
Quando diventi più intelligente non smetti di togliere le ali alle mosche, pensi solo ad una migliore ragione per farlo."


VOTO: 8,5

domenica 21 dicembre 2014

Mr Mercedes - Stephen King

Mr Mercedes - Stephen King
Pagine: 470
Edizione: Sperling & Kupfer
Titolo originale: Mr Mercedes


TRAMA                       
All'alba di un giorno qualsiasi, davanti alla Fiera del Lavoro di una cittadina americana colpita dalla crisi economica, centinaia di giovani, donne, uomini sono in attesa nella speranza di trovare un impiego. Invece, emergendo all'improvviso dalla nebbia, piomba su di loro una rombante Mercedes grigia che spazza via decine di persone per poi sparire alle prime luci del giorno. Il killer non sarà mai trovato. 
Un anno dopo, William Hodges, un poliziotto da poco in pensione, riceve il beffardo messaggio di Mr Mercedes, che lo sfida a trovarlo prima che compia la prossima strage. Nella disperata corsa contro il tempo e contro il killer, il vecchio Hodges può contare solo sull'intelligenza e l'esperienza per fermare il suo sadico nemico. Inizia quindi un'incalzante caccia all'uomo, una partita a scacchi tra bene e male, costruita da uno Stephen King maestro della suspence.


RECENSIONE                    
Quasi a farlo apposta, il mio approccio con Stephen King è iniziato con il suo primo libro, Carrie, e tra infiniti adattamenti cinematografici dei suoi romanzi e continue uscite in libreria mi ero convinta di seguire passo a passo il suo cammino, preferibilmente in ordine cronologico. Leggere l'ultimo libro, quindi, non mi sembrava una buona idea, ma quando Mr Mercedes è magicamente comparso sul comodino di mia mamma, non ho saputo resistere. Dopotutto, "il miglior modo di resistere alle tentazioni è cedervi" diceva niente meno che Oscar Wilde,
Purtroppo, non conoscendo il resto della sua carriera, non posso fare confronti con uno stile precedente, individuare similitudini con storie passate, ma questo mi ha permesso di percepire,  nascosta sotto l'inchiostro nero impresso nelle pagine, un'impattante maestria e disinvoltura, data solo da anni e anni di esperienza. King, non per niente, è un Re, un burattinaio di assassini, psicopatici e fenomeni soprannaturali che modella fra le sue mani come argilla e muove come pedine su una scacchiera. 
In questo romanzo vi è una vasta ramificazione di personaggi, in cui i principali sono poli opposti: l'ex poliziotto in pensione e l'assassino, come in ogni poliziesco che si rispetti. William Hodges e Brady Hatsfield sono come due pugili su un ring che, con la guardia alzata, si studiano a distanza prima di dare il via ad un'incessante serie di pugni, in cui a turno esultano o vengono colpiti. Ai lati del ring, con un asciugamano bagnato per asciugare il sudore, da un parte Deborah Hartsfield e dall'altra un genietto di colore, l'ironica e avvenente Janey e un'improbabile e imprevedibile aiutante quarantenne con il comportamento di una dodicenne e una sensibilità eccessiva. 
La caratteristica che mi ha colpito di più e che sarebbe stata capace, lei sola, di sorreggere tutto il libro è la perfetta caratterizzazione di tutte queste persone. Un'analisi psicologica accurata che procede progressivamente, pagina dopo pagina, scavando nella mente e nel passato. Niente è lasciato al caso, ogni attitudine, ogni istinto ha un'origine profonda che si insinua come un serpente velenoso nei corpi. Il male che sta dentro a ogni uomo è rappresentato efficacemente in molte delle sue forme: suicidio, manie di grandezza, amori morbosi e contro natura, mancanza di sensi di colpa. 
La personificazione del cervello corrotto è Brady Hartsfield, lo psicopatico modello che si nasconde inosservato tra la folla, crogiolandosi nel suo anonimato e, allo stesso tempo, desiderando fama. Un'intelligenza sopraffina usata per i fini sbagliati, un passato traumatico e una compostezza facilmente disintegrabile quando colpita nel suo punto debole. 
Un altro personaggio che mi è piaciuto tantissimo è Olivia Trelawney, un fantasma del passato, un fascio di nervi vivente ed estremamente fragile. Presa di mira ed abbandonata a sè stessa, trattata alla stregua di una ragazzina vittima di bullismo e di una mania ossessivo-compulsiva. 
Lo spazio in cui si muovono questi emblemi di psicologia freudiana è un intrico di vita quotidiana e indagine poliziesca; ciò che ci scorre davanti agli occhi è una doppia vita vissuta da ambo le parti e raccontata in parallelo. Nel caso di Mr Mercedes si tratta di una quotidianità degna del Dottor Jeckyll e Mr Hyde, vissuta tra noiosi e comuni lavoretti e ore passate nel suo centro di controllo a progettare la sua formidabile "uscita di scena"; dalla parte di Hodges, invece, la "doppia vita" è un passaggio dall'insensatezza all'avere uno scopo. I suoi giorni dopo il pensionamento erano diventati vuoti come la casa in cui abitava, passati a ingrassare in poltrona davanti a reality show la cui parola d'ordine è ignoranza; il suo animale domestico era la vecchia pistola di suo padre, che ogni tanto accarezzava sovrappensiero. L'assassino della Mercedes rappresenta la luce in fondo al tunnel, un'ancora di salvezza dalla monotonia che lo spinge a compiere un'appassionata ed illegale indagine privata. 
La ricerca è una vera e propria corsa contro il tempo, nonostante ciò la narrazione non è particolarmente rapida, ma si srotola lentamente, stuzzicando la curiosità. I pezzi del puzzle escono dalla scatola uno alla volta e guidati da un brillante intelletto si congiungono a formare un volto, un nome e un imminente attentato. Stephen King ci lascia con il fiato sospeso, ma anche con il tempo di gustare ed assimilare ogni dettaglio, utilizzando uno stile che non ha bisogno di essere frenetico per risultare emozionante.
Una storia assolutamente geniale, una di quelle che ti fanno domandare a te stesso come sia possibile che una sola mente possa creare racconti simili.
Ma, dopotutto, stiamo pur sempre parlando del Re.


"Benvenuti, uccisori e uccisi, benvenuti nell'eterno nulla che circonda un solitario pianeta blu e i suoi abitanti che si affannano invano.
 Le religioni sono una fandonia. I precetti morali sono un'illusione. 
Persino le stelle sono un miraggio. L'unica verità è il buio. 
E conta solo entrarci dopo aver fatto qualcosa di importante. Dopo avere ferito il mondo, lasciando il segno. In fondo, la Storia è nient'altro che una grande, profonda cicatrice."


VOTO: 8

Io sono di legno - Giulia Carcasi

Io sono di legno - Giulia Carcasi
Pagine: 140
Edizione: Economica Feltrinelli


TRAMA                      
Una madre e una figlia. La figlia tiene un diario e la madre lo legge. Alla storia di anaffettività, di sentimenti negati o traditi della giovane Mia, Giulia risponde con la propria storia segnata da quell'"essere di legno" che sembra la malattia, il tormento di entrambe. E' come se madre e figlia si scrutassero da lontano, o si spiassero, immobilizzate da una troppo severa autocoscienza. Bisogna tornare indietro. E Giulia lo fa. Torna a riflettere sulla giovinezza ferita dall'egoismo e dalla prepotenza di una sorella falsamente perbenista, sul culto delle apparenze della madre e sul conforto che le viene da una giovane monaca peruviana, Sofia. Torna a rivivere i primi passi da medico, fra corsie e sale operatorie, il matrimonio con un primario, la lunga attesa di una maternità sofferta e desiderata. Più la storia di Giulia si snoda nel buio del passato, più affiorano misteri che chiedono di essere sciolti. E il legno si ammorbidisce. Ma per madre e figlia l'incontro può solo avvenire a costo di pagare il prezzo di una verità difficile, fuori da ogni finzione.


RECENSIONE                         
Avevo già letto Io sono di legno due anni fa. Mi era scivolato addosso come pioggia su un finestrino,una lettura breve e piacevole, ma che non aveva lasciato il segno. Nell'ultimo periodo, però, navigando in internet, nella home di Facebook e Tumblr, continuavo a trovare citazioni di questo romanzo, quasi qualcuno mi stesse mandando dei messaggi subliminali per spingermi a rileggerlo e riconsiderarlo. Così ho accolto l'invito, ed è vero: la Carcasi scrive delle frasi incisive, che sarebbero da ritagliare via e appendere al muro, oppure, visto che siamo nell'epoca dei social network, si possono definire degne di essere postate e rebloggate. Sono frasi universali, estendibili a più persone e situazioni che ognuno di noi almeno una volta nella vita ha vissuto.
Nel romanzo, chi le sperimenta sono Giulia e Mia, mamma e figlia.
Mia è il presente, Giulia è al contempo presente e passato.
Mia scrive un diario per sè stessa, per racchiudervi i suoi sfoghi e commenti su una madre così diversa da lei e così incomprensibile. Pagine che proprio questa mamma violerà, per leggere le parole che la figlia non le dice. 
Giulia scrive un racconto, la cui protagonista è una sè stessa del passato. Un racconto scritto per la figlia, per spiegarle che non sono poi così diverse. 
A capitoli alternati, attraverso una narrazione in prima persona, viviamo una specie di indiretto botta e risposta tra queste due donne che si studiano a distanza, che non riescono a parlarsi e si affidano all'inchiostro di una penna.
Le pagine più intense sono quelle scritte da Giulia, che essendo adulta ha più cose da dire, più esperienze da raccontare e più fantasmi da resuscitare. Fantasmi di una famiglia opprimente, di una sorella ipocrita e prepotente, di un marito chiuso e in parte incapace di amare, di un ragazzino che, invece, era capace fin troppo. Il fantasma di una suora, che è come una seconda madre, ma soprattutto il fantasma di una sè stessa adolescente che ormai non esiste più. 
Quasi tutte le storie e le personalità di questi scheletri nell'armadio sono particolari e ben caratterizzati, ma quella che mi è piaciuta di più è suor Sofia. Credo che il motivo sia perchè è l'unica di cui si scava più nel profondo e di cui arriviamo a conoscere il passato, anche se difficilmente. Bisogna essere tenaci e pazienti, continuare a voltare le pagine senza perdere la speranza, perchè Sofia sembra avere la bocca sigillata. Anche lei, trova una via d'uscita nella carta e, attraverso una lettera, ci racconterà in prima persona dell'amore perduto che ha fatto crescere in lei il bisogno di
rifugiarsi e nascondersi sotto un velo nero come la sua pelle. 
Sembra che l'autrice non voglia violare le storie altrui, raccontandole indirettamente, e trovi sempre degli espedienti per far sì che tutti parlino di sè stessi in prima persona.
La seconda lettura mi ha permesso di cogliere più dettagli che, ad un primo approccio, erano passati inosservati. Come, per esempio, una notevole somiglianza tra me e Mia: lo stesso cinismo, la stessa freddezza e anche la stessa voglia di caffelatte nell'interno coscia, particolare che mi ha fatto sospettare di essere stata spiata, o qualcosa di simile.
Mia. Un nome possessivo, un nome che si auto-appartiene. Mia che ha mille ragazzi e a nessuno dice ti amo, che non crede ai principi nè alle belle addormentate e che soffre di anaffettività, a causa di un amore vero che non si sente all'altezza di sostenere.
La scrittura è lieve e fragile, la scrittura di chi sta mettendo tutto sè stesso nelle parole. 
In generale, è un libro su cui ho pareri contrastanti: lo trovo scarno e comune dal punto di vista della trama, abbastanza profondo per quanto riguarda personaggi e riflessioni.
Credo che sia una lettura molto leggera e veloce, che può trasmettere un po' di calore e comprensione per chi è ai primi passi con le difficoltà della vita, ma non è abbastanza per chi vuole una lettura profonda ed educativa. In generale, carino ma mediocre.


VOTO: 7

Tutto ciò che sappiamo dell'amore - Colleen Hoover

Tutto ciò che sappiamo dell'amore - Colleen Hoover
Pagine; 337
Edizione: Rizzoli
Titolo originale: Slammed


TRAMA                       
Lake arriva in Michigan dopo la morte del padre, rassegnata ad affrontare un nuovo, faticoso inizio. La risalita appare all'improvviso dolce grazie a Will, il vicino di casa, a sua volta costretto dalla vita a crescere in fretta. L'intesa è immediata, ma il primo giorno nella nuova scuola Lake scopre che il loro amore è impossibile: Will è uno dei suoi professori - giovanissimo, ma dall'altra parte della barricata. Altrettanto impossibile allontanarsi, dimenticarsi, rinunciare: e così Lake e Will si parlano attraverso la poesia, anzi, le poesie, in pubblico ma in segreto, servendosi di uno slam - una gara di versi - per dirsi tutto ciò che devono e vogliono dirsi. Alla fine è qualcosa di molto semplice, di essenziale: tutto ciò che sappiamo dell'amore è che l'amore è tutto, come ha scritto Emily Dickinson a nome di tutti noi.


RECENSIONE                     
Che cos'è l'amore? 
L'amore è un campo di ricerca vastissimo, su cui filosofi ed intellettuali si sono trastullati per secoli e secoli. Una parola a cui ancora nessuno è riuscito a dare una definizione universale. Qualcosa di estremamente soggettivo, la dimostrazione massima della teoria della relatività di Einstein. Un'esperienza che ognuno sperimenta in modo differente sulla propria pelle.
"Tuttò ciò che sappiamo dell'amore" sembra la premessa per un manuale di istruzioni per l'uso su come districarsi in questo universo a sè che è l'amore, un titolo che sembra dire "non sappiamo tutto, ma tutto ciò che sappiamo ve lo diciamo". Un titolo così importante da risultare estremamente in contrasto con una copertina del tutto fuori luogo: immagini da cartone animato, caratteri scherzosi, teschi e cuoricini a incorniciare il tutto e che fanno quasi da repellente. Infatti, per un bel pezzo, sono riusciti a tenermi alla larga da questo romanzo, finchè un giorno che ero andata a studiare in biblioteca, non me lo sono ritrovata proprio nello scaffale di fronte. Sembrava chiamarmi, aspettarmi, così mi sono detta: perchè no?
Il primo capitolo sembra l'incipit di una storia d'amore come tutte le altre, comune e un po' sdolcinata, e stavo quasi pensando di aver avuto ragione con i mie pregiudizi, quando il secondo capitolo è cominciato, o si potrebbe dire "è scoppiato" liberando una fuoriuscita di tante piccole schegge che mi hanno subito avvinghiato alle pagine. 
Se il secondo capitolo era stato lo sparo in aria che da il via ad una gara di corsa, poco a poco cominciano a presentarsi sul cammino i primi ostacoli. Quella raccontata in questo libro, infatti, è ciò che si potrebbe definire il sogno americano per eccellenza, l'amore impossibile rappresentato milioni di volte su carta e su schermo, a partire da Lolita fino ad arrivare ad Aria Montgomery e Ezra
Fitz in Pretty little liars.
Dal momento in cui i due si incontrano a scuola, lui dietro la trincea a forma di cattedra e lei nel mirino sui banchi di scuola, il rapporto finisce per trasformarsi. Tutto cambia, nello stesso modo in cui è iniziato: inaspettatamente, repentinamente ed inevitabilmente. Nell' aumentare la partecipazione del lettore, gioca un ruolo estremamente importante il comportamento realistico dei personaggi, vittime di un vero e proprio conflitto di sentimenti. Ambo le parti sono sottoposte ad un esame diviso in cinque fasi, quelle che la protagonista chiama le cinque fasi di elaborazione del lutto, prove che aveva già in parte superato in seguito alla morte del padre. Con ciò, si introduce un altro tema del romanzo: insieme all'amore, la morte. Ma non si parla di amore mortale, sulla scia di Romeo e Giulietta; i due elementi, qui, non sono miscelati. La morte è esterna all'amore e l'amore può esserne una cura ed un sostegno, così come può rivelarsi un peggioratore.
Ecco spiegati i cuoricini e i teschi della copertina: la raffigurazione di due sentimenti fortissimi, talvolta opposti e talvolta simili che, come lo yin e lo yang, contengono uno una parte dell'altro. Entrambi i protagonisti li sperimentano. Lake, in seguito alla morte del padre, ferita su cui deve ancora mettere un cerotto, è costretta a trasferirsi in Michigan, in cui le sue sfortune sembreranno aumentare. Will, dopo aver perso entrambi i genitori, si prende la responsibilità delle cure e dell'istruzione del fratello minore, unico scopo della sua vita.
La ragazza è, dei due, quella che risulta più vicina ad un adolescente vera: spesso spinta dall'impulsività, spaventata e incuriosita dalle nuove esperienze, amante del pigiama e di Johnny Depp, cinica ed estremamente sarcastica.
Will, invece, è uno dei personaggi più irreali della storia della letteratura, alla stregua di Mr Darcy e Augustus Waters. Nonostante sia impossibile localizzarlo nella vita reale e il suo posto sia tra le pagine di un libro, risulta comunque piacevole e non eccessivo. E' l'emblema del "niente è ciò che sembra": diviso fra istinti e una forte razionalità, si comporta spesso in modo ambiguo e diversamente interpretabile a seconda dei punti di vista, solo alla fine si scoprono le sue vere intenzioni, lasciando il pubblico femminile ancor più a bocca aperta. 
Ad arricchire una storia di fondo abbastanza semplice, oltre a questi due personaggi così profondi e ironici, vi sono piccoli dettagli che mi sono piaciuti molto. Innanzitutto, ogni capitolo è introdotto da alcuni versi presi da canzoni degli Avett Brothers, gruppo folk rock che viene nominato spesso nel corso della storia e che è entrato a far parte della playlist del mio i-pod.
Grazie a Will, inoltre, Lake viene introdotta al mondo dello slam di poesia, che si svolge allo stesso modo di un freestyle di rapper. L'autrice non si limita a raccontare serate passate al club ad ascoltare gli aspiranti poeti, ma ne riporta degli stralci: si tratta di poesie semplici e dirette, che parlano senza peli sulla lingua e artifici retorici, arrivando dritte al punto.
Se vi si aggiunge, sullo sfondo, il paesaggio innevato e quasi perennemente natalizio del Michigan, questi elementi decorativi raggiungono una posizione elevata su un podio di importanza. Sono ciò che, a mio parere, rende un libro completo e diverso, attribuendogli varietà e ricchezza di particolari.
E' un romanzo che ha superato le mie aspettative, semplice e al contempo illuminante, perchè riesce a toccare temi importanti in modo quasi impercepibile. Chi lo legge superficialmente, potrà ottenerne una banalissima lettura di svago, chi invece vi vedrà tutto ciò che c'è da vedere, ne trarrà degli insegnamenti e ne rimarrà toccato.


"...anche se hai scritto una poesia l'anno scorso. quando soffrivi per amore, e ora non soffri più, questo non vuol dire che qualcuno di quelli che ti ascoltano in prima fila non stia adesso vivendo un amore infelice. E' per questo che si scrive la poesia: per esprimere quello che provi, e perchè qualcun altro, tra cinque anni o mille, possa ritrovarsi nelle tue emozioni."

VOTO: 9

sabato 13 dicembre 2014

Fosca - Iginio Ugo Tarchetti

Fosca - Iginio Ugo Tarchetti
Pagine: 269
Edizione: Morganti Editori


TRAMA                       
Nell'atmosfera opprimente di una periferica guarnigione militare, tra gli spazi desolati e incolti della Parma degli anni postunitari e l'invitante campagna milanese, si snoda la storia di un insolito triangolo amoroso. 
Giorgio, avvenente ufficiale dell'esercito, prova amore per la bella e generosa (anche se adultera) Clara e attrazione morbosa per Fosca, donna brutta e malata che lo avviluppa in un abbraccio fatale. In un angosciante rinnovarsi di attrazioni e ripulse, Giorgio si lascerà coinvolgere nelle spire di una passione razionalmente indefinibile.


RECENSIONE                      
Non avevo mai sentito parlare di questo libro. Il consiglio è arrivato da una mia amica lettrice, seguito da queste parole: "non leggere nessun riassunto nè critica, affrontalo non sapendo nulla."
Perciò, completamente ignara, l'ho iniziato. Un approccio del tutto nuovo rispetto a quello che sono normalmente abituata ad avere con un libro: leggo la trama, ne annuso le pagine e ne studio le forme, aspetto di esserne conquistata, mentre questa volta è stato come andare ad un appuntamento al buio, o giocare a mosca cieca. 
"Sapevo che sarei andata sul sicuro" mi è stato detto, quando ho terminato la lettura.
Ebbene sì, perchè quando si parla di amore io sto sempre in prima fila e non intendo romanzi rosa, nè romanticismo, bensì l'amore con la A maiuscola. L'amore che, talvolta, può dimostrarsi anche morboso, un amore che fa male e porta al dolore, a volte anche alla morte, un amore da Lolita o da Romeo e Giulietta. Ho vissuto, tramite i libri, milioni di storie e pensavo di aver già visto di tutto, prima di aprire questo libro.
Il personaggio di Giorgio mi ha ricordato moltissimo il mio caro giovane Werther. Entrambi raccontano il succedersi degli avvenimenti, compiendo, allo stesso tempo, una profonda ed accurata analisi su sè stessi, sugli effetti che tutto ciò che li circonda ha su di loro, soprattutto per quanto riguarda la natura, che sembra abbracciare le loro anime straziate e affliggersi con loro. Mentre, nel romanzo di Goethe, Werther indirizzava le sue lettere ad un amico, Giorgio in Fosca scrive le sue memorie con linguaggio tormentato, forte e immaginifico che si rivolge a noi in prima persona e ci punge da subito con la sua affilatezza. Il registro è elevato, percepiamo da subito di essere a contatto con qualcosa di sopraffino, inusuale, di fuori dal normale. 
Veniamo a contatto, infatti, con due tipi differenti di amore che Giorgio testa sulla sua stessa pelle. Se a viverli fossero stati due personaggi separati, l'opposizione non sarebbe stata così marcata, si sarebbe trattato di soggettività. Ma qui, il contrasto è una stridore acuto, una sedia che scivola bruscamente sul pavimento, messo ancora più in risalto dall'accostamento ironicamente ossimorico dei nomi delle due donne: Clara e Fosca. 
Clara è la luce. Pur non essendo pura, perchè adultera, rappresenta l'amore benefico, sano, la medicina di ogni male. Lei è bella, l'amore nasce da uno sguardo e proviene da ambo le parti, in uno scambio reciproco, intenso, ma equilibrato e regolare.
Fosca è un personaggio raro, credo uno dei più strani di cui io abbia mai letto; estremamente complicato, ma perfettamente caratterizzato. Rappresenta il buio, il tormento interiore, un amore che consuma come una vera e propria malattia. Un amore viscerale, morboso, che va oltre quello che noi conosciamo. 
Fosca incarna tutti i mali, vive in una condizione perenne di malattia che le intacca i nervi, portandola ad un isterismo quasi bestiale ed anche al deperimento fisico, che la porta a distinguersi per la sua esagerata bruttezza. Si innamora follemente di Giorgio, forse per la compassione che lui le rivolge o perchè non aveva altro a cui aggrapparsi, e lo avviluppa in un oscuro legame da cui sembra impossibile districarsi e che lo fa sprofondare sempre più in basso, facendogli temere per la sua stessa vita. 
Se la psicologia di Fosca è già tremendamente contorta, il flusso di emozioni che viene a crearsi nel
momento della loro unione è qualcosa di completamente irrazionale ed estraneo. E' un legame forzato, frutto di un sacrificio, un obbligo morale che Giorgio si ritrova a dover sopportare, ma da cui non si svincola, pur avendone l'occasione. Sembra qualcosa di alchemico, di artificiale, il risultato di una stregoneria medievale: la psiche si ritrova in continuo conflitto con sè stessa, combattuta fra un sentimento di odio estremo e una pietà quasi morbosa.
Dal canto suo, Fosca è un susseguirsi di umori e sentimenti contrastanti in cui il punto focale è, però, sempre l'amore accecante che prova: un amore ricco di sentimento e dolcezza, che si può mutare repentinamente in egoismo violento e accanimento ossessivo.
Non si pensi, però, che Fosca sia l'emblema del sommo male, una tortura personificata. Le sue condizioni l'hanno dotata di una fortissima sensibilità, il suo terribile passato l'ha portata a rifugiarsi nella letteratura, rendendola una donna acuta ed intelligente. Ma soprattutto, Fosca ama. Ama in modo costante, immutato, sempre potente. Pur essendo il romanzo oggettivamente povero di trama, perchè profondamente psicologico, analitico ed introspettivo, un paio di avvenimenti fanno crollare le certezze, e chi sembrava amare, sembra anche aver smesso di farlo, ma Fosca non si smentisce.
E' importante anche il rapporto uomo-natura, anch'esso giocato su un'opposizione: da un lato i paesaggi verdi, o innevati, delle campagne milanesi,  dall'altro i rovi e gli sterpi, la natura autunnale, morta. Un locus amoenus, in cui si gioca sui punti e respira insieme agli alberi, condividendo e aprendosi verso l'esterno e, dall'altra parte, un orizzonte desolato e morente, pieno di spine che ostacolano e graffiano
Una storia intensa, ma soprattutto unica. Ben pensata e costruita in modo ingegnoso e studiato.
Penso che non possa mancare nel repertorio di chi vuole vivere l'amore nelle pagine di un libro, ma soprattutto di chi, come me, ha una strana affezione per gli amori anormali.


VOTO: 8/9

Non avevo capito niente - Diego De Silva

Non avevo capito niente - Diego De Silva
Pagine: 314
Edizione: Einaudi


TRAMA                        
Vincenzo Malinconico è un avvocato napoletano che finge di lavorare per riempire le sue giornate. Divide con altri finti-occupati come lui uno studio arredato con mobili Ikea, chiamati affettuosamente per nome, come fossero persone di famiglia. E' stato appena lasciato dalla moglie, ma cerca con ogni mezzo di mantenere un legame con lei e i due figli adolescenti. 
Un giorno viene improvvisamente nominato d'ufficio di un becchino di camorra detto "Mimmo o' burzone" e, arrugginito com'è, deve ripassarsi il Bignami di diritto. Ma ce la fa, e questo è solo il primo dei piccoli miracoli che gli capitano. Il secondo si chiama Alessandra Persiano: la pm più bella del tribunale, che si innamora di lui e prende a riempirgli la vita e il frigorifero. E intanto Vincenzo riflette sull'amore, la vita, la delinquenza, la musica: su tutto quello che attraversa la sua esistenza e la sua memoria, di deriva in deriva.


RECENSIONE                         
Non avevo capito niente, Sono contrario alle emozioni, titoli che parlano da soli, non c'è bisogno di aggiungervi molto. Dopo la lettura di Mancarsi, ho deciso di conoscere meglio l'autore e mi sono fiondata su questo, quasi istintivamente, forse per la silhouette nera della donna in copertina. Una donna anonima, solo una forma senza volto; sulla copertina di Mancarsi era di spalle, sembrava che
scappasse; qui incede con passo deciso e testa alta. Si tratta, chissà, di un indizio che l'autore vuole darci e che noi possiamo decifrare solo dopo aver letto il libro: Irene era fragile e persa, in cerca di qualcosa, mentre scappava da altro; Nives è forte, autoritaria ed emancipata, quella che chiameresti una donna-coi-pantaloni e che non oseresti mai contraddire. Poi c'è Alessandra Persiano, figura quasi mitologica e leggendaria, una dea greca del tribunale. Il narratore, in prima persona, si riferisce a lei con nome e cognome, soggetto quasi a un timore reverenziale e, al contempo, con una punta di affetto celato, un po' come un Augustus Waters di Colpa delle stelle. "Hazel Grace" la chiama, quasi a farle un dispetto.
Le figure maschili, nei due libri, sono invece abbastanza simili. Entrambi adulti; entrambi insoddisfatti e scontenti della vita. Nicola e Vincenzo, entrambi soli dopo un matrimonio finito, per una ragione o per l'altra.
Se i dettagli si legano, però, i due libri in generale sono qualcosa di completamente differente. 
Mancarsi era formidabilmente denso per la sua brevità, meno dispersivo. Tralasciava la narrazione per concentrarsi sui concetti, che arrivano al lettore come frecce. Raccontava una realtà estendibile ad un pubblico vasto, parlava di emozioni comuni agli adolescenti e agli adulti. 
Non avevo capito niente è tutta un'altra cosa, anche se ogni tanto fa capolino, tra le righe, una riflessione celata con cui l'autore sembra dirci: "sono sempre io, sto solo giocando a nascondino".
Scavando, infatti, la narrazione è riconoscibile. Il registro si alza e si abbassa come un elettrocardiogramma, ma mantiene sempre un linguaggio semplice ed estremamente ironico, che arriva a sfiorare, talvolta, il dialettale. Sia che stia riflettendo sulla vita, sulla morte, sulla musica, sulla separazione, sia che stia riferendo fatti quotidiani, Diego De Silva scrive come parla. E' il classico libro che, se letto ad alta voce, ha una risonanza fortissima, come se fosse pensato per una performance di teatro. 
A me, però, è comunque arrivato poco. Rappresenta un mondo lontano da quello di un adolescente, un mondo di cui io non ho ancora avuto esperienza, che non mi tocca nel profondo.
Vincenzo Malinconico, un nome che è tutto un programma, un'ironia intrinseca, è l'emblema dell'adulto irrealizzato, quasi vittima della sua stessa vita, in cui niente sembra andare nel verso giusto. Reduce di un divorzio e ancora innamorato della moglie, cerca in tutti i modi di mantenere i contatti, mentre dentro di sè svolge infiniti monologhi in cui un po' la ama e un po' la odia, immagina feroci litigi e ritorni di fiamma. Un protagonista dal cuore spezzato un po' stile Alta fedeltà, anche per il ruolo svolto dalla musica, a cui vengono dedicati interi capitoli, in cui Vincenzo ci spiega, perchè dobbiamo preferire Eugenio Finardi agli altri cantautori degli anni 60-70, per esempio.
Il lavoro è piatto e costruito, quella che appare come una brillante carriera di avvocato, cela in realtà un semplice studio arredato Ikea, in cui regnano la monotonia e i latrati di un cane nevrotico.
Nonostante, però, fossi abbastanza "impermeabile" agli argomenti trattati, c'erano momenti in cui, nelle pagine, si apriva un mondo. Vincenzo scava nella sua stessa mente, analizza e pensa, forse troppo. Un'altra cosa, perfettamente descritta, sono le relazioni interpersonali, di cui abbiamo svariate categorie. Il rapporto tra colleghi, il rapporto con i clienti; relazioni del tutto nuove con camorristi stranamente affabili e divertenti. Abbuffate padre-figlia, stringati discorsi con il figlio maschio e conflitti di qualsiasi tipo con il mondo femminile, un mondo in cui un amore appassisce, mentre un altro nasce.
Leggere questo libro è stato come guardare nella sfera di cristallo uno dei possibili futuri che mi attendono, come osservare al telescopio un pianeta a cui non appartengo, ma che trovo comunque interessante. 
E' un giudizio in sospeso, il mio, perchè a questo libro ho fatto la promessa di tornare tra qualche anno.


VOTO: 7-

martedì 9 dicembre 2014

Una sottile linea rosa - Annalisa Strada

Una sottile linea rosa - Annalisa Strada
Pagine: 146
Edizione: Giunti


TRAMA                      
Perla è una ragazza sportiva. La sua prima e unica passione è la corsa e le riesce anche molto bene. Ha un'amica carissima, Allegra, con cui condivide gioie, dolori e chili di gelato. E ha una strana sensazione ogni volta che incontra Cesare, un ragazzo poco più grande di lei, anche lui impegnato nell'atletica agonistica. 
Una sera, alla Festa dello Sport, complice dell'alcol a cui Perla non è abituata, la ragazza si trova per la prima volta al centro dell'attenzione di Cesare. Troppo. Giorni dopo scopre di essere incinta. Che fare?


RECENSIONE                    
Una copertina blu, verde e rosa piena di disegnini; il titolo scritto in caratteri giocosi: una sottile linea rosa. E' della linea rosa di un test di gravidanza, che si parla, e non si può omettere che un argomento di tale importanza appaia in totale contrasto con il modo in cui il libro ci si presenta, un contrasto che fa subito penserà alla superficialità. 
Questo pregiudizio si disintegra ancor prima del primo capitolo, nella premessa, costruita su un'allegoria, una forte immagine metaforica: una ragazza bendata che cammina in una piazza in un giorno di festa, con il braccio proteso e la mano esitante, che ne aspetta un'altra. Il calore di una mano sconosciuta, l'unione, il totale affidamento a qualcuno che non si sa chi sia. Una corsa a perdifiato, la gioia, l'adrenalina e il finale, inevitabile, per terra e con le ginocchia sbucciate. Un inizio col botto, che si conclude con una supplica: "..che tu sia femmina o che tu sia maschio, per favore, non fare mai questo errore. Non correre mai con uno sconosciuto."
Quest'atmosfera seria e ammonitrice ci introduce in maniera molto efficace al tema del libro: la gravidanza prematura, che si porta appresso anche quello dell'aborto e dell'adozione.
Nonostante si tratti già di per sè di un argomento abbastanza ostico, l'autrice complica maggiormente la situazione, inserendolo in un contesto decisamente disastrato: Perla, la nostra protagonista, sembra essere circondata dal vuoto.
Prima di tutto, il feto è frutto di un rapporto occasionale e disimpegnato. Ne consegue che la figura maschile risulti quasi totalmente assente o, comunque, non disposta a prendersene le responsabilità che, inevitabilmente, ricadono tutte nelle mani della ragazza, che non è aiutata neanche dai genitori, totalmente ignari per buona parte del libro.
Il fatto che Perla affronti la situazione da sola, se non per la vicinanza dell'amica Allegra, fa sì che la narrazione sia resa molto introspettiva, cosa che ho trovato decisamente interessante.
Non ci vengono raccontate cronache di giornate e nemmeno descrizioni di tutti i sintomi e le fissazioni che assalgono una donna all'avvento della maternità; leggiamo i pensieri, un ingestibile e angosciante sovraccarico di pensieri, notti insonni ed intere giornate passate a riflettere che non risparmiano la protagonista e non risparmiano noi. Scavare nella psiche è una cosa che mi ha sempre affascinato molto e che, in questo caso, risulta anche estremamente utile per entrare in contatto con le fasi che si attraversano in una simile situazione.
Lo shock iniziale, il vuoto nella mente, l'apatia e l'incapacità di pensare razionalmente. Poi, come a compensare questo blocco, un'ondata della portata di uno tsunami che investe con violenza e obbliga a covare rimorsi sul passato e a riflettere sul futuro: ci si chiede perchè, si cercano le cause, si desidera tornare indietro; cresce l'angoscia di come dirlo ai genitori, e di quel qualcosa di inaspettato che cresce dentro di te, ogni giorno, cosa fare?  E' qualcosa che sovrasta, qualcosa a cui non si riesce nemmeno a dare un nome, perchè non si sa se chiamarlo regalo o errore. Qualcosa che potrebbe obbligarti a cambiare radicalmente la routine, a rinunciare alle passioni e al tempo libero, che sono il fulcro della vita di un'adolescente.
E' un romanzo di formazione: Perla vive tutto ciò, fino ad arrivare alla fase finale del confronto e della decisione, la tappa conclusiva di un enorme percorso di crescita, dal quale esce matura e piena di spicciola saggezza, saggezza di cui fa sfoggio negli ultimi capitoli in un monologo consapevole e adulto.
Di tutto il cammino che la piccola donna compie, il momento del confronto con la famiglia è quello che mi ha colpito di più.
Da subito comprendiamo che Perla non ha un buon rapporto con la madre, impeccabile e severa, e che la vita familiare è spesso alterata da vere e proprie guerre fredde. 
La reazione dei genitori alla notizia, che esce allo scoperto solo dopo esagerati conflitti interiori, mi ha lasciata abbastanza sorpresa e mi ha spinta a riflettere, perchè non era ciò che mi immaginavo potesse avvenire.
Penso che lo scopo di questo libro sia proprio questo: stimolare la discussione, il confronto su un tema che, a mio parere, viene troppo spesso tralasciato, soprattutto fra i giovani e di cui, anche nei libri, si tende a parlare poco, mentre prevalgono racconti sulla maternità in età adulta. Questo stimolo alla riflessione è ulteriormente incentivato dal finale aperto, che evita di offrire una soluzione al problema e lascia al lettore carta bianca.
Nonostante non abbia letto altri romanzi di questo tipo, posso dire che, secondo me, Una sottile linea rosa è adatto ad introdurre il pubblico giovane a una tematica attuale e accattivante.
La narrazione è in prima persona, fatto che ci rende molto coinvolti nella storia, già di per sè toccante. L'autrice utilizza un linguaggio molto scorrevole e realistico, soprattutto nei dialoghi, senza però cadere in un'eccessiva semplicità o superficialità lessicale. I capitoli sono molto brevi e scorrono veloci.
Un piccolo libro con un grande tema, che ha stuzzicato la mia curiosità e i miei pensieri. 


VOTO: 8

lunedì 17 novembre 2014

Space runners - Daniele Federico

Space runners - Daniele Federico
Pagine: 94
Formato: Kindle


TRAMA                        
9 Giugno 2234. La nave di ricognizione Mercury ritrova presso la galassia di Larterus una navetta monoposto di origine terrestre; al suo interno un essere umano criogenizzato.
In un mondo in cui i sentimenti sono oramai dimenticati, il comandante Haven si trova faccia a faccia con Daniel, un ragazzo privo della sua memoria e proveniente da un'altra epoca.
Le seguenti indagini svelano gli avvenimenti e lo scopo della missione "Space runners" a cui Daniel aveva preso parte. Una missione che interessa al comandante più di quanto egli creda...


RECENSIONE                    
Mi si è presentata l'occasione di leggere Space runners mentre ho in corso un'altra lettura, quella di Le Cinque Stirpi, un'interessante mattone appartenente al genere fantasy. Ho deciso, quindi, di spostarmi per un po' sulla fantascienza grazie a questa short story che non ruba più di un'ora. 
Da un racconto breve ci si aspetterebbe una trama scarna di eventi e dettagli, ma questo mi ha stupito.
Il brevissimo romanzo dell'autore emergente Daniele Federico avrebbe tutti i presupposti per diventare un bellissimo libro, o un emozionante film, a partire dall'ambientazione.
La storia si svolge in un futuro molto lontano e quasi distopico, il 2234, anno in cui gli uomini, come il comandante Haven, non hanno nè padre nè madre e sono creati in laboratorio. Il loro destino di piloti aerospaziali è già scritto e non hanno la possibilità, nè la volontà di cambiarlo, perchè non hanno la capacità di provare emozioni. Non hanno mai visto lacrime, tanto da chiamarle "secrezioni oculari" e da restarne totalmente scioccati alla sola vista, come avviene in una scena particolarmente sconvolgente e anche abbastanza inquietante.
I personaggi sono tutti promettenti: seppur vengano descritti brevemente, lasciano intravedere una caratterizzazione ben pensata e complessa. 
La totale assenza di sentimento ed emotività del comandante Haven, per esempio, ha uno spiraglio di luce nel momento in cui entra in contatto con Daniel, il protagonista. 
I due sono vicini fisicamente, ma estremamente distanti temporalmente, poichè Daniel proviene dal passato, un passato in cui esistevano ancora gli esseri umani come noi li conosciamo, ed è ancora in vita solo grazie alla criogenizzazione. Nonostante ciò, tra i due si crea un legame particolare, che si sviluppa colloquio dopo colloquio, in cui l'uno impara sempre qualcosa dall'altro; la sensibilità del paziente sembra trasmettersi al comandante, dissolvendo sempre di più la sua aria inquisitoria e abbassandone le difese, fino a portarlo a confidarsi e ad avere comportamenti quasi umani.
Un punto in più è acquisito anche grazie alla narrazione che, pur utilizzando un registro basico e semplice, non è per niente scontata, bensì originale e soprattutto varia. 
I capitoli sono costruiti sotto forma di trattati dei vari astronauti coinvolti nella scoperta, che si dedicano allo studio della navicella e alla ricostruzione degli avvenimenti. Oltre a descrizioni e stestura di relazioni, sono anche riportate le conversazioni che Daniel e Claire hanno avuto durante la spedizione e che sono state rinvenute nell'hard disk della capsula spaziale.
Sono dialoghi brevi e coincisi, ma pieni di sentimento. Trattano delle emozioni riguardo agli avvenimenti che stanno attraversando e che avvengono sotto i loro occhi, di ciò che provano l'uno per
l'altro, dei loro timori, rimpianti e del loro passato. Si dicono tutto ciò che, normalmente, non avrebbero mai avuto il coraggio di dirsi, arrivando a toccare temi abbastanza importanti, che si riflettono in tutti noi. Uno di questi è quello dell'aspirazione, del sogno nel cassetto di Daniel: superare il limite, varcare i confini dell'universo, fare qualcosa di unico che lo renderà importante e indimenticabile. Una sfida lanciata all'oblio, la paura di essere dimenticato e la tenace voglia di far sì che ciò non accada, ma soprattutto la consapevolezza di sè che acquisisce solo quando è troppo tardi.
Tutto questo è concentrato in poche pagine. Un piccolo libricino in cui, oltre al viaggio nello spazio, è compiuto un viaggio nel profondo della mente umana che meriterebbe di essere approfondito in molte più pagine.
Breve, ma intenso e scorrevole, ottimo per staccare la spina tra una lettura e l'altra.


VOTO: 8

domenica 16 novembre 2014

Black Passion - Anna Grieco

Black Passion - Anna Grieco
Pagine: 218
Edizione: La mela avvelenata


(Allerta spoiler!)


TRAMA                    
Lilith è furiosa. Ancora una volta i suoi odiati nemici, gli arcangeli, sono riusciti a soffiarle da sotto il naso sua figlia Cassandra, la protagonista della profezia di Elijah, uno degli Unti del Signore. Ma la regina degli Inferi non ci sta a perdere e ordisce un piano diabolico per stanare i Fratelli di Luce. Il suo scopo è quello di costringere ad uscire allo scoperto proprio Cassandra, facendo leva sui suoi sentimenti.
La cacciatrice rossa cadrà nella trappola tessuta dalla sua perfida madre? E cosa sarò disposta a sacrificare pur di salvare il genere umano e coloro che ama? 


RECENSIONE                          
Il secondo capitolo della saga, Dark passion, si era concluso con un finale abbastanza sconvolgente, lasciandoci tutti sulle spine e in attesa dell'ultimo volume, che finalmente è arrivato.
E', sicuramente, quello che ho trovato più particolare e variegato, perchè pur ritrovando varie analogie con i precedenti, la narrazione e i temi principali cambiano notevolmente.
La prima figura che rincontriamo è quella di Lilith, regina degli inferi, che appare più lussuriosa e vorace che mai. Sempre rinchiusa nel suo mondo sotterraneo, si da ai piaceri carnali più sfrenati, uccide senza sensi di colpa, ma soprattutto è più meditativa e trama un piano per ottenere finalmente ciò che vuole. 
Se fino a qui tutto suona familiare, quando la scena si sposta sulla dimora degli Arcangeli cominciamo a percepire i primi cambiamenti. Sempre collocata a Brasov tra il gelo, la neve e le enormi montagne, si presenta tutt'altro che fredda. L'atmosfera è, infatti, estremamente diversa da quella tesa e pronta all'azione di sempre; è calda e familiare, come se tutti fossero radunati attorno a un enorme invisibile focolare. 
Cassandra e Azrael sono sempre legati da un forte legame, anche fisico, ma da quando la Cacciatrice Rossa è rimasta incinta, anche il cuore di ghiaccio dell'Arcangelo della morte si è sciolto. Quello che ricordavo come un personaggio tenebroso e inquietante è quasi irriconoscibile: addolcito dall'istinto paterno, suscita un'enorme tenerezza. La coppia, che nei libri precedenti avrei rappresentato sul piede di guerra o in vortice di passione, si trasforma in un romantico quadretto familiare.
A differenza di Red passion e Black passion in cui l'amore passava in secondo piano e spesso era bollato come vizio carnale, qui diventa un tema estremamente approfondito anche da altri punti di vista. Altri due innamorati, infatti, si aggiungono alla cerchia: sono l'arcangelo messaggero e l'amica di Cassandra, coinvolti in una relazione molto dolce, ma controllata, segreta. La sua potenza sembra strisciare tra gli spazi bianchi tra le parole, timorosa di presentarsi, perchè come risaputo, l'amore tra un'umana e un figlio di Dio è assolutamente vietato.
Questo fa sì che la concentrazione del libro sia principalmente spostata su questo argomento e se prima incontravamo sempre un ritmato intrico di azione e colpi di scena, qui ci spostiamo sul
campo della riflessione, della psich; ci vengono riferiti sentimenti e pensieri e la narrazione si fa più sentita e profonda, più accurata e studiata.
Abituatici a questa atmosfera, gli stadi finali non possono che stupirci. 
Appaiono ambientazioni diverse e inaspettate, soprattutto italiane, come per esempio Città del Vaticano, ma anche celesti: il Limbo.
Conosciuto grazie alla maestrale rappresentazione Dantesca, l'avevo sempre immaginato come un luogo verde, immerso nella natura, tra alberi e fiumi, un'eccezione di pace nel panorama travagliato dell'inferno. E' stato interessante vederne l'immagine nuova che l'autrice ci propone, soprattutto quando al suo interno si muove un personaggio ancora più interessante: una mutaforma.
Questi piccoli dettagli ci conducono lentamente verso il climax del libro: i colpi di scena cominciano a susseguirsi, una nuova creatura ci viene presentata, qualcuno che già conoscevamo, anche se indirettamente, torna a vivere. 
Il finale costituisce l'apice: è assolutamente inaspettato, aperto, lascia molte carte in tavola, cosa che non mi sarei aspettata, essendo questo l'ultimo capitolo della trilogia. 
Nonostante l'ordine venga parzialmente ristabilito, infatti, la situazione non è comunque accettabile, resta tesa, preannunciando nuovi disastrosi eventi. 
Squarci nel terreno, fiamme e anime in lotta, costituiscono un fermo immagine di grande effetto, che lascerebbe a bocca aperta soprattutto su uno schermo cinematrografico.
Come sempre, il romanzo è breve, scorrevole e da leggere tutto in un fiato. Mi ero creata delle aspettative, soprattutto sulla conclusione, che sono crollate a pezzi e mi hanno lasciata affamata di dettagli. Si spera, quindi, che questo ultimo capitolo non lo sia veramente e che l'autrice torni a stupirci.


VOTO: 7

martedì 11 novembre 2014

Mancarsi - Diego De Silva

Mancarsi - Diego De Silva
Pagine: 98
Edizione: Einaudi


TRAMA                          
Irene vuole essere felice, e quando il suo matrimonio inizia a zoppicare se ne va. Nicola è solo, confusamente addolorato dalla morte di una donna che aveva smesso di amare da tempo. Anche lui, come Irene, è mosso da un'assoluta urgenza di felicità. Anche lui vuole un amore e sa esattamente come vuole che sia fatto.
Sarebbero destinati a una grande storia, se solo s'incontrassero una volta nel bistrot che frequentano entrambi. Ma il caso vuole che ogni volta che Nicola arriva, Irene sia appena andata via. 
Se le vite di Nicola e Irene non s'incontrano fino alla fine, le loro testo invece s'incontrano furiosamente nelle pagine di questo libro: i pensieri, le derive, il sentire si richiamano di continuo, sono ponti gettati verso il nulla o verso l'alto.


RECENSIONE                         
Mancarsi. Solo otto lettere che aprono un mondo, infinite possibilità: mancarsi, perchè? Mancarsi e come? Mancarsi reciprocamente? No, in questo libro si parla di mancare a sè stessi.
Da quando hanno perso, chi per scelta e chi involontariamente, la persona con cui condividevano il loro tempo, Irene e Nicola hanno un vuoto dentro che non riescono a colmare e in cui si sono persi, senza riuscire più a ritrovarsi, mancandosi. Un vero e proprio buco nero, un piccolo mondo che si nasconde dietro a due nomi banali, due adulti anonimi, ormai inscindibili dalla loro routine. 
Ma come tutti sappiamo, dietro ai volti che si confondono nella folla, talvolta si celano grandi anime. 
In questo libro, le due grandi anime stanno sedute al tavolino di un bistrot. 
L'ambientazione è raffinata, perfettamente adeguata a tutto il resto. Mi sono immaginata un locale piccolo, modesto, ma estremamente accogliente ed elegante, un po' vintage, sullo stile di Colazione da Tiffany, con grandi vetrate al di fuori delle quali i nostri protagonisti vedono scorrere la vita degli altri. Un piccolo angolo di pace in cui il tempo sembra fermarsi.
Irene e Nicola vi arrivano sempre allo stesso orario, ordinano sempre le stesse cose e siedono sempre allo stesso posto, a fronte del manifesto di Buster Keaton, un'immagine che ha assunto un significato profondo per entrambi, che rievoca grandi ricordi e che portano nel cuore.
E' estremamente appassionante vedere come, fin dall'inizio, noi lettori conosciamo il destino dei due, ma non lo vediamo compiersi. 
Una volta ho letto una frase, che parlava della leggenda del filo rosso del destino e che mi sembra perfetta per riassumere in poche righe l'immagine che avevo stampata fissa nella mente, mentre leggevo:

"La leggenda del filo rosso del destino è una credenza molto diffusa in Giappone, che si rifà a un'antica leggenda cinese. La leggenda narra che ognuno di noi nasce con un invisibile filo rosso legato al mignolo  della mano sinistra. Questo filo ci lega indissolubilmente alla persona a cui siamo destinati: il grande amore, la nostra anima gemella. Le due persone così unite sono destinate ad incontrarsi, non importa il tempo che dovrà passare, le circostanze o le distanze che le separano, perchè il filo rosso sarà lunghissimo e fortissimo e non si spezzerà mai. Sarà lo stesso destino a tenerlo saldo e unito finchè esse non s'incontreranno."

Diego De Silva si diverte, in questa breve storia, a giocare col destino dei due protagonisti, a muoverli come se fossero pedine di una scacchiera, senza farli incontrare, ma lasciando in risalto il
colore rosso vivo del filo che li lega. Seguiamo separatamente, a capitoli alternati, la vita dell'uno e dell'altro e ne notiamo i caratteri comuni, tifiamo perchè questi due cuori affini riescano ad incontrarsi e a sentirsi finalmente completi. Perchè entrambi sono consapevoli del buco nel petto ed entrambi sanno perfettamente cosa servirebbe per colmarlo: un amore. Un amore che conoscono già nella loro mente, un amore che sta nei pochi secondi in cui arrivano a sfiorarsi senza mai toccarsi, quel breve spazio che li divide quando lei esce dal bistrot e lui entra. 
Vi è poi la vita fuori dal piccolo bar: abitudinaria e ripetitiva per Irene, stranamente piena per Nicola, che da quando ha perso la moglie ha ricominciato a vivere e a recuperare i propri spazi a piccoli morsi. 
Nonostante la brevità, questo piccolo romanzetto è un vero e proprio concentrato di vita e i flash, gli sprazzi di quotidianità che ci vengono proposti sono tra i più vari, ma in prevalenza si tratta di ricordi, I personaggi sembrano muoversi in un sogno, in una bolla di sapone, perchè il registro e i toni dell'autore sono sempre estremamente delicati. Un'eccezione a tutto ciò, sono i racconti riguardanti gli spasimanti di Irene, che cercano di rimorchiarla al bistrot e di appropriarsi della sua straordinaria bellezza. Con una narrazione abbastanza ironica e schietta, ci vengono raffigurate con destrezza diverse tipologie umane, quasi beffandosene, come se fossero caricature.
Il finale è un bellissimo climax: è come se tutto, all'improvviso, ricevesse una spinta, come se la bolla di sapone fino a quel momento intatta si rompesse e i personaggi cominciassero a correre, spintonando la folla che li aveva sempre nascosti.
Mancarsi mi aveva attirato fin dal primo istante. E', innanzitutto, uno di quei libri il cui solo titolo ha una fortissima risonanza e sembra parlare da solo. Un piccolo volume, estremamente sottile e leggero, che passa inosservato sugli scaffali della biblioteca, ma che contiene in sè tanta poesia, proprio come i personaggi stessi.
E' un piccolo grande libro sulla vita, sul destino e sull'amore; ruba solo un'ora, ma fa sognare.


VOTO: 9