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mercoledì 19 aprile 2017

Petali di luna - R.M. Stuart

Petali di luna - R. M. Stuart
Pagine: 104
Edizione: Dunwich edizioni


TRAMA                                                               
In una Londra dalle sfumature gotiche, sospesa nel tempo, un amore tormentato sboccia come un fiore lunare nel cuore della notte. Lei principessa, lui antieroe, un'unione ambigua ma tanto forte che nemmeno la magia può spezzare. Rose e Tristan, cresciuti assieme in un'irrealtà umana, si amano, si desiderano, finchè la vita chiede loro un dazio da pagare. Infatti una maledizione aleggia su Rose, una maledizione fatta di rancore e antichità, anche se Tristan veglia su di lei con incondizionata devozione. Tuttavia l'amore non è una favola, forse è una tragedia. Tristan lo scopre a sue spese, così perfino la fiera Rose è vittima del sonno eterno diventando "la bella addormentata", proprio come Malefica le aveva predetto dalla nascita. Sarà la morte più potente della sorte? 


RECENSIONE                                                            
Ormai la favola de La bella addormentata nel bosco la conosciamo bene tutti. L'abbiamo sentita narrare da bambini, l'abbiamo vista in televisione nella versione filmica firmata Disney e anche nel recente remake Maleficent con Angelina Jolie come attrice. Anche in questo breve romanzo di un centinaio di pagine si rivisita la storia, tanto mantenendo la base originale quanto aggiungendo particolari nuovi. La protagonista è Rose, che si vede costretta a vivere in una specie di mondo parallelo che viene chiamato irrealtà per allontanare il più possibile da sè la maledizione scagliatela da Malefica quando ancora era in fasce. Come nella fiaba, è protetta dalle due streghe buone Flora e Daphne, ma un ulteriore guardiano si aggiunge in questa versione: Tristan, un licantropo che ha votato sè stesso alla difesa della vita di Rose, ad essere il suo famiglio. Nella storia incontriamo sia lui che Rose in età adolescenziale, Tristan è presente quasi sempre in forma umana ed insieme a Rose è protagonista indiscusso della storia. Essi sono anche le due voci che narrano a capitoli alterni. Una pecca rilevante consiste proprio nel fatto che tutto ciò che viene raccontato ruota intorno al loro amore, capitoli interi sono dedicati ad episodi della loro quotidiana intimità, alle dichiarazioni che reciprocamente si scambiano e ai sentimenti che si infiammano via via sempre di più, nonostante gli ostacoli che sembrano sbucare da ogni lato. Il narratore utilizza metafore naturali e liriche per descrivere questa violenta infatuazione, spesso cadendo in un romanticismo da romanzo rosa che mi ha fatto più volte storcere il naso e, mentre si ha una profondissima attenzione nella descrizione della storia d'amore, vengono a mio parere tralasciati altri elementi di fondamentale importanza nella costruzione di un racconto appartenente al genere steampunk: l'ambientazione, per esempio. L'atmosfera gotica regna sovrana solo negli incubi di Rose, dove tutta la fantasia dello scrittore si rivela e si dimostra capace di creare paesaggi estremamente lugubri, simili a giardini dell'Eden dominati da fragore metallico e stridore di lame d'acciaio che pendono dagli alberi al posto delle foglie. Le insidie si celano dietro ogni angolo, ogni sera sono diverse e più contorte, giacchè vanno via via arricchendosi di formule e profezie sibilline. La
contestualizzazione al di fuori del mondo onirico è, però, totalmente nulla. Non si capisce molto bene cosa sia questo misterioso mondo di Steamwood; la Londra alternativa nominata nella sinossi è lungi dall'essere anche minimamente descritta nel racconto, che sembra quindi privo di un luogo in cui prendere forma. La storia si costituisce di una successione di eventi e scambi di battute, è presentata in modo molto concreto e fattuale con descrizioni quasi del tutto assenti, una mancanza che io ho sentito pesare molto sulla valutazione finale. Per il resto, alcuni momenti risultano molto toccanti, alcune scene - soprattutto le finali - sono ben costruite dal punto di vista dell'impatto emotivo sul lettore. Penso che, facendo leva su queste e sviluppando meglio le ambientazioni, come quelle del mondo onirico, potrebbe uscire un racconto più completo e soddisfacente.


VOTO                                                

giovedì 6 aprile 2017

Persepolis - Marjane Satrapi

Persepolis - Marjane Satrapi
Pagine: 354
Edizione: Rizzoli Lizard


TRAMA                                                                  
Persepolis è la storia dell'indimenticabile infanzia di Satrapi e della sua crescita in una larga e amorevole famiglia di Teheran durante la rivoluzione islamica; delle contraddizioni tra vita pubblica e privata in un paese piagato dalla dittatura; dei suoi anni alle scuole superiori di Vienna, affrontando i problemi dell'adolescenza lontana dalla famiglia; del suo ritorno a casa - tanto dolce quanto terribile; e, infine, del suo esilio auto-imposto.


RECENSIONE                                                           
Non avevo mai letto un fumetto, ho sempre riempito la mia libreria di romanzi o saggi. Da quando poi ho capito che i libri sono troppi e il tempo troppo poco, mi sono concentrata per la maggior parte su testi "impegnati", classici, volumi di un certo peso (nel senso letterale del termine), perchè mi appaga la sensazione di leggere qualcosa che ne vale veramente la pena. Ho sempre avuto pregiudizi nei confronti dei fumetti, nonostante fossi consapevole che talvolta contengono illustrazioni molto ben fatte o storie interessanti. Il fatto è che trovavo che la riduzione della parte scritta alle dimensioni di un fumetto fosse limitante. La narrazione viene ristretta principalmente alla forma orale, fatta eccezione i riquadri con brevi descrizioni introduttive; si lascia che sia l'immagine a parlare, mentre nel testo scritto viene un po' tralasciata o comunque semplificata la forma. Il mio pensiero - quello di una persona abituata alle lunghe digressioni introspettive e filosofiche tipiche dei classici - era che tutto ciò diminuisse nettamente la qualità dei contenuti. Persepolis è stata una piacevole dimostrazione di quanto mi sbagliassi.
L'edizione integrale si presenta come un grosso volume, decisamente scomodo da portare con sè nella borsa, facendolo così assomigliare in quanto a pesantezza alle mie letture consuete. Dopo averlo letto posso dire che non solo la pesantezza fisica, ma anche i suoi contenuti possono far rientrare questo fumetto nella categoria della letteratura impegnata: impegnata socialmente, politicamente e umanamente. L'espediente di utilizzare la forma del fumetto per esprimere importanti valori e riportare fatti nudi e crudi mi è parso una trovata geniale: quella che comunemente è considerata una forma letteraria leggera, illustrata e colorata, che ricorda quella della letteratura per bambini contrasta in modo potente con le numerose tematiche esposte in modo schietto e a tratti anche difficili da digerire. Il lettore si ritrova a spalancare gli occhi, turbato e colpito in modo molto più diretto di quanto potrebbe esserlo stato leggendo lunghi periodi e districandosi in una sintassi elaborata. Simbolica è anche la mancanza di colore - le illustrazioni giocano sulle tonalità di un nero profondo e un bianco puro - e la relativa semplicità dei disegni. 
La storia narrata è quella di Marjane Satrapi, la scrittrice, e copre un lungo arco temporale: dalla sua infanzia all'età adulta. È ambientata principalmente nell'Iran post rivoluzione islamica del '78, ma anche a Vienna. Ciò rende possibile affrontare il tema dell'evoluzione del suo paese, del cambiamento radicale dei costumi, o meglio della radicalizzazione di questi ultimi; la follia dell'estremismo, la violenza inaudita della repressione, riportate senza filtri nè mezzi termini. Ma, allo stesso tempo, la finestra che si apre sull'Austria permette l'entrata in scena di un altro tema molto attuale e discusso: il confronto tra l'Occidente e il Terzo mondo, i divari di natura politica e sociale che dilaniano l'individuo emigrato tra l'adesione all'atteggiamento libertino e l'attaccamento alle proprie tradizioni più rigide. Vengono messi sotto i riflettori anche i difetti di questa libertà occidentale, le problematiche che ne scaturiscono e questo soprattutto offre l'occasione di trattare l'argomento che più mi ha colpito e fatto riflettere, ovvero quanto tutto sia relativo. Il malessere di Marjane a Vienna, la tragedia personale che la colpisce in maniera profonda e semi-permanente appare ai suoi stessi occhi meno grave nel momento in cui si ritrova a confrontarla con la guerra e la morte che pervadono il suo paese d'origine. Sente di dover annullare la propria sofferenza per rispetto di quella altrui, decisamente più intensa, ma allo stesso tempo porta sulle spalle il suo fardello e ne avverte distintamente il peso. Sul piatto della bilancia vengono posti i due mondi e, mentre si legge, si può vedere come alternatamente uno sembri pesare più dell'altro, o meglio l'altro sembri oscurarsi - e quindi diventare più leggero - nel momento in cui tutta l'azione si sposta nel suo mondo avversario. Alla fine, però, l'Iran sembra vincere questo duello ed aggiudicarsi l'etichetta di universo in cui alcune questioni all'apparenza irrisolvibili paiono pesare molto più sulle spalle di un individuo con grandi aspirazioni di libertà ed emancipazione, come Marjane Satrapi. 
Questo fumetto vale veramente la pena di essere letto. Si fa gustare con facilità, si potrebbe leggerlo tutto il giorno senza stancarsi o avvertire il bisogno di una pausa e nonostante questo si rivela educativa e formativa apre gli occhi su un mondo pregno di problematiche, sondate dalla voce in prima persona di una donna che in quell'ambiente è nata e vissuta.


VOTO                             

sabato 25 marzo 2017

Il profumo - Patrick Süskind

Il profumo - Patrick Süskind
Pagine: 259
Edizione: TEA
Titolo originale: Das Parfum


TRAMA                                                              
Nel diciottesimo secolo visse in Francia un uomo, tra le figure più geniali e scellerate di quell'epoca non povera di geniali e scellerate figure. Qui sarà raccontata la sua storia. Si chiamava Jean-Baptiste Grenouille, e se il suo nome, contrariamente al nome di altri mostri geniali quali de Sade, Saint-Just, Bonaparte ecc., oggi è caduto nell'oblio, non è certo perchè Grenouille stesse indietro a questi più noti figli delle tenebre per spavalderia, disprezzo degli altri, immoralità, empietà insomma, bensì perchè il suo genio e unica ambizione rimase in un territorio che nella storia non lascia traccia: nel fugace regno degli odori.


RECENSIONE                                                           
Da quando ho visitato Palazzo Mocenigo a Venezia, il titolo di questo libro mi si è stampato nella mente ed è rimasto presente con una certa insistenza fino a che ho deciso di soccombere al suo richiamo. Oltre ad essere uno splendido palazzo, il suo percorso sui profumi chiama sulla scena uno dei nostri cinque sensi che, normalmente, nei musei risulta essere il più trascurato: l'olfatto. Le stanze profumano, il visitatore può lasciare che gli aromi racchiusi in barattolini di vetro lavorato solletichino le sue narici. Io non conoscevo nulla della storia di Jean-Baptiste Grenouille al momento della visita, ma sapevo che con un titolo del genere - Il profumo - questo romanzo dovesse avere per forza qualcosa a che fare con quel mondo in cui mi ero immersa durante quelle due ore. Ora, a posteriori, penso che se l'avessi conosciuta avrei vissuto l'esperienza in modo del tutto diverso, così come ora quando mi capita di aggirarmi per le calli e avvertire qualche odore particolare, mi fermo ad annusare e mi sento subito strana. 
Quella di questo romanzo è una storia unica, originale, assurda. Non ho mai letto nulla di simile. Mi è capitato mille volte di definire un libro piacevole, bellissimo, entusiasmante, ma se ci ripenso avrei comunque sempre avuto la possibilità di fare dei confronti con altri libri letti in precedenza, magari per un'analogia nella trama, nell'idea di base, in un personaggio. La storia di Grenouille, invece, si svolge all'interno di un mondo che noi tutti consideriamo astratto ed evanescente, mentre per lui era più concreto di qualsiasi altra cosa. Si tratta dell'universo vaporoso dei profumi, che in linea di massima viene preso poco in considerazione nei romanzi - considerando la palese difficoltà nel raccontare di qualcosa che è trasparente e talvolta anche difficilmente percettibile.
Grenouille è un uomo eccezionale, nel senso letterale del termine: ad eccezione di qualsiasi altro essere vivente, ma anche di qualsiasi altro elemento che popola questo mondo, egli non ha un odore proprio. Fin da appena nato le balie che lo allattano si sentono respinte da lui, perchè non possiede il comune odore che emanano i bebè. Come a voler compensare questa mancanza - che in senso metaforico si potrebbe interpretare come una mancanza di anima, di essenza propria che contribuisce a distinguerci gli uni dagli altri - il suo olfatto è sopraffino: egli riesce a riconoscere le vie al buio, solo per l'odore che hanno; fiuta a chilometri di distanza, avverte i cambiamenti di umore nelle persone in base a come l'alone di profumo che le circonda si modifica. Quando inizia a parlare, registra in sè come in un archivio solo quei sostantivi che fanno riferimento ad un aroma, che sia questo profumo o fetore, indifferentemente. 
Una cosa che mi ha stupito enormemente è la capacità dell'autore di descrivere alcuni effluvi in maniera estremamente dettagliata: non sono ancora riuscita a chiarire se abbia semplicemente inventato alcuni particolari, perchè tanto il lettore comune non è in grado di avvertire certe cose con un olfatto "normale" o se lui stesso abbia da sempre avuto una particolare attrazione per il mondo delle fragranze e magari un olfatto particolarmente sviluppato. Allo stesso modo egli riesce ad analizzare gli effetti che un odore può avere su un uomo a livello psicologico. Anche in questo caso non so se si tratti di qualcosa di accertato, ma questa rivelazione ha in parte cambiato il mio modo di vedere le cose. È vero che noi uomini accettiamo come nostri simili solo coloro che producono determinate esalazioni, proprie degli esseri umani ma coperte dall'odore personale di ognuno? Il nostro olfatto sarebbe così in grado, a nostra insaputa, di recepire questi elementi e classificare chi ci circonda in base a ciò? Forse è veramente così, ma nell'uomo comune tutti questi processi si svolgono a livello inconscio, mentre per le narici di Jean-Baptiste Grenouille tutto è chiaro fin dal primo istante. Egli è più bestia che uomo, e non solo per il suo fiuto da segugio. Anche a livello di relazioni interpersonali è piatto e meschino e, come una bestia feroce, agisce in base al proprio istinto viscerale e non secondo una morale comune, è totalmente privo di valori e buon senso. Il suo particolare dono viene sfruttato per uno scopo indicibilmente crudele, ma che secondo lui dovrebbe essere in grado di donargli la soddisfazione, la felicità e la pienezza dell'essere che va ricercando. Da qui scaturisce secondo me il tema fondamentale di questo romanzo, di cui si capisce l'importanza solo alla fine. Grenouille vota la sua esistenza al perseguimento di una pienezza ideale ed è disposto a tutto pur di raggiungerla; la sua diligenza, il suo zelo, il suo spirito di sacrificio e la sua sete di sapere sono lodevoli, nonostante conducano poi a una cattiveria immane. Ma la morale di tutto, a mio parere, è dimostrare quanto questo rincorrere il nostro ideale di perfezione sia del tutto vano ed evanescente. Più evanescente e vano dei profumi. 


VOTO                            

lunedì 20 marzo 2017

Sconti di primavera - Dunwich Edizioni


Solo per una settimana, sconto di 1€ su tre ebook editi Dunwich:


Affrettatevi!

Quindici minuti - Jill Cooper
Genere: YA Techno-Thriller
Pagine: 234


TRAMA                                                     
Il futuro può essere pericoloso se hai cambiato il passato...
Quindici minuti. È tutto ciò che la Rewind concede a una persona quando viaggia nel passato, ma per Lara Crane è abbastanza per trovare sua madre e impedirne l'assassinio nel corso di una rapina avvenuta dieci anni prima. Ma la storia che le è stata raccontata per tutta la vita è una menzogna. Quando Lara viene colpita dal proiettile che avrebbe dovuto uccidere sua madre, il suo futuro cambia per sempre: nuova casa, nuovi amici e nuovo ragazzo. E ora suo padre è in prigione. In una linea temporale che non riesce a comprendere, Lara sta per commettere un errore fatale e dovrà confrontarsi con un avversario che conosce molto bene...perchè fa parte della sua famiglia. 


Dead Man - Domino Finn
Genere: Urban fantasy
Pagine: 270


TRAMA                                         
Il mio nome è Cisco Suarez: negromante, incantatore di ombre, fuorilegge di magia nera. Sembra abbastanza fico, vero? Lo era, fino a quando non mi sono risvegliato mezzo morto in un cassonetto. Ho detto mezzo morto? Perchè intendevo morto al 100%. Non faccio le cose a metà. Perciò eccomi qui, ancora vivo per qualche ragione, in un altro giorno assolato a Miami. È un paradiso perfetto, se non fosse che mi sono immischiato in qualcosa di brutto. Ricercato dalla polizia, avvolto dal fetore della magia oscura, con creature dell'Altroche che sbucano da tutte le parti...per non parlare delle gang voodoo haitiane. Credetemi, è tutto molto divertente fino a quando non hai un cane zombie alle calcagna.
Il mio nome è Cisco Suarez: negromante, incantatore di ombre, fuorilegge della magia nera...e sono totalmente fottuto.


Ragni - Claudio Vastano
Pagine: 175


TRAMA                                           
Charles MacDermhott è l'ultimo superstite della città di Revel e lotta strenuamente contro i ragni giganti che hanno scalzato l'umanità dal podio di specie dominante del pianeta Terra. Le giornate dell'uomo trascorrono in completa solitudine fino all'arrivo di Lucia; la ragazzina è in fuga da Jacksonville, l'inferno terrestre presidiato da orde di aracnidi corridori. Nessuno sa da dove provengano queste creature nè chi le abbia create. C'è una sola certezza: non c'è modo di arrestarne l'avanzata. Se MacDermhott sembra abituarsi alla nuova condizione di cacciatore eremita, altri individui non sono dello stesso parere. Dalle ceneri della società umana divorata dai ragni giganti iniziano a emergere nuovi e più terribili mostri. Chi sono i misteriosi uomini in nero che tiranneggiano fra le strade di una città in rovina e quali sono le loro intenzioni? Mentre una nuova progenie di incubi si appresta a invadere Revel, MacDermhott comprenderà che la più terribile delle minacce può nascondersi soltanto nei meandri più reconditi della mente umana.



Madame Bovary - Gustave Flaubert

Madame Bovary - Gustave Flaubert
Pagine: 280
Edizione: Garzanti 


TRAMA                                                                         
Quando Emma Roualt sposa Charles Bovary, sogna di accedere ad una vita di lusso e passione, di cui legge sempre nei romanzi sentimentali e nelle riviste per donne. Ma Charles non è altro che un medico di campagna, e la vita provinciale si rivela diversa da tutta l'eccitazione romantica di cui lei ha bisogno. Sotto il prepotente bisogno di realizzare i propri sogni, Emma si trova un amante e inizia la sua devastante caduta nell'inganno e nella disperazione.


RECENSIONE                                                               
Madame Bovary è un classico della letteratura che ha attraversato la mia strada parecchie volte senza che mai mi decidessi a leggerlo. Fino a quando, durante un'escursione veneziana, ho trovato nella bellissime libreria Acqua Alta
un'edizione vecchissima, che mi ha conquistato con il suo fascino. 
Ho centellinato la lettura in due settimane; soprattutto all'inizio leggevo poche pagine per volta. È una lettura che, effettivamente, merita di essere gustata e assimilata poco a poco. Prima di dare un giudizio ho addirittura avuto bisogno di tempo ulteriore per meditarci su e "digerirlo" con calma. 
La cosa che mi ha colpito di più di questo romanzo è che per più di metà del racconto non succede sostanzialmente nulla, ma nonostante ciò non risulta mai spiacevole. Gustave Flaubert concentra tutta la sua maestria nel raccontare lo struggimento interiore della signora Bovary, una figura che nel momento in cui è stata ideata era già destinata a rimanere nella storia della letteratura per secoli. Una donna odiosa, egoista, capricciosa e vuota, ma sorprendentemente descritta nella sua pienezza. Potrebbe sembrare un ossimoro, un controsenso, ma ebbene madame Bovary ha mente, anima e corpo piene - perse, annegate - nell'amore per un ideale, o per meglio dire, nell'amore ideale. Perde la sua vita rincorrendo un concetto di felicità che secondo lei può scaturire unicamente da un amore vero e puro, che dura infinitamente senza mai mutare nel corso del tempo; che non conosce noia, abitudine dell'altro e della vita condivisa. Si sposa convinta di aver trovato il suo principe azzurro, ma già dopo pochi giorni capisce di non essere felice e comincia a sviluppare un odio ingiustificato verso il povero Charles Bovary, che al contrario la ama follemente ed è un personaggio di una bontà smisurata. La sua figura è avvolta da una dolce goffaggine ed ingenuità, dovuta alla sua smisurata fiducia, che fanno intenerire e sorridere. Emma si invaghisce poi di più giovanotti di bell'aspetto e dalle maniere cortesi che la corteggiano - e abbindolano - lasciandola crogiolare nel fascino della parola: la signora Bovary sembra non voler far altro che gonfiare il proprio Ego nelle promesse e negli elogi alla sua persona. 

"Amava il mare solo quando era in tempesta e il verde solo quando ricopriva le rovine.
Doveva poter ricavare dalle cose una specie di profitto personale; 
respingeva come inutile quanto non contribuiva immediatamente a saziare la voracità del suo cuore, aveva un temperamento più sentimentale che artistico, voleva emozioni e non paesaggi."

Riuscirei chiaramente ad immaginare questa donna senza sangue all'interno delle vene, senza muscoli nè ossa nè organi all'interno del corpo, bensì piena solamente di questo ideale che solo lei conosce e brama. Nel momento in cui questa nebulosa che la pervade viene risucchiata via, così come potrebbe esser aspirato l'ossigeno da un sacchetto di plastica trasparente, Emma cade nel più totale obnubilamento dei sensi, in un'apatia prolungata che rasenta la depressione patologica. Ciò dimostra come tutta la sua vita ruoti attorno a qualcosa di astratto e possa, con facilità, essere svuotata della sua ragion d'essere.
Tutto il libro si concentra sulla descrizione di tale caso umano sia attraverso passi lirici che illustrano ciò che Emma si porta nell'anima e nella mente, che in maniera più concreta nei racconti delle sue avventure sentimentali. Si può dire poi che tutta l'azione si concentra per di più nella parte finale, dove tematiche sociali e l'episodio drammatico conclusivo danno un corpus più denso alla storia. Molto rilevante nell'influenzare il corso degli eventi è sicuramente il tema della problematica economica, della scelleratezza degli sperperi, del maniacale acquisto del superfluo che finisce per rovinare, o meglio prosciugare interi patrimoni e costringe gli individui ad annullare la propria dignità e a perdere il proprio
pudore. Un passaggio che mi ha molto colpito è quello in cui l'autore, in maniera finemente studiata, inserisce una forte critica sociale nel momento in cui tutta l'attenzione del lettore è presa da altro, da un turbina di reazioni che seguono al drammatico epilogo: nel momento in cui il dolore pervade gli animi di alcuni, manifestandosi nella più disparate forme - tutte rappresentate in maniera eccezionale e toccante - l'egoismo prevale in altri. Nel finale, proprio quando si meriterebbe maggiormente di essere protagonista, la figura della signora Bovary sembra venir coperta da un velo, mentre il paese intero si anima nel domandare rimedi e nel parlare dei propri problemi ai medici e dottori comparsi sulla scena. Ho visto in questo episodio una rappresentazione palese di come, anche nei momenti meno consoni, l'egocentrismo e l'affermazione del proprio Io possano imporsi in modo prepotente ed eticamente criticabile (un po' come afferma la frase: tutti ti parleranno di unghie spezzate, mentre sarai a terra con le ossa rotte). 
La cosa più strana - piacevolmente strana - è che pur non facendo accader nulla per buona parte del romanzo, questo non risulti mai noioso e, nonostante la signora Bovary sia un personaggio estremamente complesso ed ingestibile, non risulti mai pesante o di difficile interpretazione. Tutto ciò grazie alla scrittura piacevole che permette alla storia di essere letta scorrevolmente e gustata. 


VOTO                                

mercoledì 15 marzo 2017

Uscite aprile di DeA Planeta Libri

Di seguito, le proposte UTET per il mese di aprile.


Il libro digitale dei morti - Giovanni Ziccardi 
In uscita il 4 aprile

Ogni giorno passiamo in media oltre 7 ore connessi a internet: aggiorniamo il nostro profilo Facebook, carichiamo foto su Instagram o Pinterest, mandiamo email di lavoro, scriviamo su Twitter, chattiamo su Whatsapp, acquistiamo su iTunes o Amazon: la nostra vita è ormai a tutti gli effetti una vita digitale, in cui ci muoviamo sparpagliando dietro di noi migliaia di dati sensibili. Ma che resta di tutti i nostri commenti, foto, acquisti, visualizzazioni, delle email e delle conversazioni in chat? Cosa sarà di tutti i nostri dati dopo la morte? Domande che diventeranno sempre più attuali quando tra qualche anno molti social sembreranno veri e propri "cimiteri virtuali", pieni all'inverosimile di profili di utenti fantasma. Esperto di investigazioni digitali e di diritto applicato alla rete, Giovanni Ziccardi prova a sbrogliare il complesso rapporto tra morte e vita digitale individuando due tendenze: il diritto all'oblio, minacciato da un sistema in cui tutto sembra esistere per sempre e, nella direzione opposta, il tentativo di sopravvivere alla morte. 


Storia di artisti e di bastardi - Flavio Caroli
In uscita il 4 aprile

"Così, per i tuoi pochi anni, e per i miei che sono cento, cercherò di dirti la verità; non una verità tecnica, che annoierebbe te così come qualunque altro lettore, ma una verità un po' più ricca, la realtà dell'arte moderna nella vita del nostro tempo: la vita vera, intendo, bellezza e guano equamente miscelati come accade nella vita vera."
È con queste parole che Flavio Caroli apre Storia di artisti e bastardi, rivolgendosi alla sua giovane nipote, aspirante storica dell'arte. Da qui il racconto si muoverà rapido, ripercorrendo gli anni sessanta, settanta e ottanta, in cui per un giovane e appassionato storico dell'arte non era sufficiente lo studio rigoroso e libero degli antichi maestri; bisognava partecipare, e attivamente, alla scena dell'arte contemporanea, quella brillante società mondana fatta di artisti e mecenati, geni e farabutti, attrici, stilisti, Biennali e viaggi. Di pagina in pagina, Caroli alterna ricordi personali e aneddoti, considerazioni sul nostro presente e piccole fulminanti lezioni di critica d'arte. Che ci parli del suo primo incontro con Michelangelo Antonioni sul set di Deserto rosso o della sofferta, consapevole depressione di Van Gogh, che ci racconti i ritrovati e perduti dipinti del Guercino o i suoi incontri notturni con Lucio Dalla, che ci riveli le pulsioni di morte del pasoliniano Andy Warhol o la furia di Marina Abramovic, la sua voce arriva sincera e palpitante, immersa nelle storie che narra con la naturalezza del grande storico e divulgatore.


Il cervello anarchico - Enzo Soresi 
In uscita l'11 aprile in una nuova edizione

Torna il libreria in un'edizione aggiornata il saggio del professor Soresi sulle misteriose potenzialità del cervello. Attraverso un'analisi scientifica di casi clinici "singolari", Soresi presenta la teoria, rivoluzionaria e insieme antichissima, secondo cui il cervello e la salute del resto del corpo hanno una relazione molto più stretta di quanto pensiamo: lo stress psicologico, le preoccupazioni, i disagi psichici possono farci ammalare, così come la serenità, la determinazione e le emozioni positive possono farci guarire. Un invito a prendersi cura di sè, a sviluppare un modello di vita volto a ridurre al minimo il disagio psichico per cercare di prevenire il danno biologico. 








Atlante delle emozioni umani - Tiffany Watt Smith
In uscita il 24 aprile

Siamo tutti in grado di riconoscere la differenza tra rabbia e paura, tra desiderio e invidia. Sappiamo anche che è meglio non confondere l'affetto con l'amore, il rimpianto con il rimorso, l'euforia con la felicità.
Quello di cui non ci rendiamo conto, però, è che lo spettro delle emozioni umane è ancora più sfumato di così: esistono sensazioni che tutti noi abbiamo provato, stati d'animo molto precisi e inconfondibili, a cui però spesso non abbiamo saputo dare un nome. Eppure in qualche angolo del mondo, in qualche lingua a noi ignota esiste una parola precisa che li definisce: per esempio solo gli eschimesi chiamano iktsuarpok il miscuglio di ansia, nervosismo, eccitazione e felicità che prova chi aspetta l'arrivo di ospiti a casa; per i finlandesi, kaukokaipuu è l'inspiegabile nostalgia per un posto dove non siamo mai stati; gli spagnoli chiamano verguenza ajena l'imbarazzo empatico di chi assiste alle figuracce altrui.
Tiffany Watt Smith attraversa storia, antropologia, scienza, arte, letteratura e musica in cerca delle espressioni con cui le culture di tutto il mondo hanno imparato a definire le proprie emozioni. 

mercoledì 22 febbraio 2017

La campana di vetro - Sylvia Plath

La campana di vetro - Sylvia Plath
Pagine: 234
Edizione: Mondadori
Titolo originale: The bell jar


TRAMA                                                           
In un albergo di New York per sole donne, Esther, diciannovenne di provincia, studentessa brillante, vincitrice di un soggiorno offerto da una rivista di moda, incomincia a sentirsi come un cavallo da corsa in un mondo senza piste. Intorno a lei, sopra di lei, l'America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta. Un mondo alienato, una vera e propria campana di vetro che schiaccia la protagonista sotto il peso della sua protezione, togliendole a poco a poco l'aria. L'alternativa sarà abbandonarsi al fascino soave della morte o lasciarsi invadere la mente dalle onde azzurre dell'elettroshock.


RECENSIONE                                                          
Niente all'inizio di questa storia lascia presagire che il tema sia la malattia mentale. Senza introduzioni nè presentazioni ci viene dipinto un quadretto di scenari adolescenziali che hanno per protagonista una giovane ragazza di cui a malapena conosciamo il nome.
Questa racconta in prima persona e tralascia parecchio l'introspezione e l'analisi psicologica per concentrarsi sui fatti che le avvengono attorno e su quelli a cui prende parte durante un soggiorno a New York, vinto con una borsa di studio, che assomigliano in tutto e per tutto a ciò che potrebbe normalmente accadere ad un'adolescente "in vacanza", che si lascia trascinare dall'atteggiamento irruente di una migliore amica attraente, piena d'iniziativa e un po' arrogante. Più volte la nostra protagonista sembra celarsi nella sua ombra e finisce per essere travolta dal turbine che da lei scaturisce: viene trascinata a feste e presentata ad individui poco raccomandabili o lei stessa, influenzata da chi la circonda, finisce per buttarsi in serate poco piacevoli, in situazioni incomode. 
Nella sua quotidianità e nei suoi pensieri non mancano i ragazzi, come nella vita di ogni teenager che si rispetti, ma ogni suo approccio con il mondo maschile sembra essere nient'altro che un esperimento, ogni volta quasi fatalmente destinato al fallimento. In questa parte della storia non mancano i flashback che si alternano al presente. Verso la fine di quella che potremmo chiamare la prima sezione del romanzo, quando la ragazza comincia a starsene più isolata dal gruppo e quando il rientro a casa diventa imminente, la dimensione intima finisce per prevalere: l'io narrante si concentra sempre più sulla sua passione per la scrittura e per la lettura, in particolare per i racconti brevi o le poesie; il lettore intuisce che il suo più grande sogno e anche la più terribile pressione sulla sua esistenza è l'idea di poter diventare, un giorno, una scrittrice. A poco a poco si avverte un'angoscia crescente, soprattutto nel momento in cui la nostra eroina si trova a rispondere "non lo so" alla domanda su come si immagini il proprio futuro, dopo che per anni aveva avuto sempre la risposta pronta, come se questa fosse preconfezionata, su misura per lei, appresa a memoria e ripetuta a macchinetta quando richiesto. Questo - l'idea del futuro preconfezionato e coerente con ciò che la società si aspetta - è solo uno degli elementi che finiscono per formare una pesante e opprimente campana di vetro, che con un tonfo sordo cala sulla protagonista, rinchiudendola in una gabbia buia e soffocante in cui si sviluppa la sua follia. Dopo il suo rientro dal soggiorno a New York, infatti, la storia subisce una radicale svolta: quasi senza nessun sentore o preavviso, Esther Greenwood impazzisce. Conosciamo finalmente il suo nome per intero, che ci entra nella testa a causa delle numerose volte in cui le infermiere della clinica psichiatrica o gli psicologi lo pronunciano. Come se tornando a casa si levasse la maschera dell'adolescente gioiosa che era durante il soggiorno, la protagonista diventa una figura immobile e apatica: non si lava più, non legge più e non dorme più, rintanata per innumerevoli giorni ma soprattutto notti nella propria nera depressione. Il tono prevalentemente vivace della prima parte, concentrato soprattutto sui fatti, viene sostituito da una voce cupa e rauca che riflette un'interiorità tarlata, corrosa. Molto più spesso ci si lascia andare a brevi descrizioni, che non occupano più di cinque o sei righe, ma che sono ricche di immagini allusive ed evocative, sempre rientranti nel campo semantico della cupezza, dell'oscurità, della morte.
Questo romanzo di Sylvia Plath scaturisce da un'esperienza autobiografica: l'autrice, come Esther, dopo aver svolto studi brillanti e aver ottenuto una borsa di studio tentò il suicidio e venne sottoposta a cure psichiatriche una volta tornata a casa. Identificare le due persone, quella reale che scrive e quella immaginaria che ne diventa l'immagine, come un'unità è molto semplice: Esther parla in prima persona e dalla sua narrazione traspare il dolore della scrittrice stessa. 
Mi hanno sempre affascinato le storie di malattie psichiche che si svolgono in ospedali psichiatrici e analizzano i casi più disparati. Penso che questo romanzo, però, un po' si distingua dagli altri, perchè la follia viene raccontata su un piano interamente personale, quasi tralasciandone gli aspetti "scientifici": Esther racconta ciò che sente dentro di sè, gli istinti che la colgono, mentre la terapia non viene analizzata se non in rapidi flash.
L'elettroshock non è altro che un attimo, le sedute dal primo psicologo sono brevissime e inconcludenti, pressochè vuote di contenuto; la descrizione delle cliniche non è molto approfondita e solo rapidi sprazzi di quotidianità vengono riportati. Addirittura i colloqui
con la dottoressa Nolan - dei quali il lettore capisce tramite fuggevoli cenni che sono più lunghi, approfonditi e utili - non vengono riportati se non quando la voce narrante si ricorda di una cosa che ha riferito e la riporta così, come per caso. Il processo che la porta fino alla guarigione è come cancellato; lo sprazzo di tempo collocato tra l'inizio del ricovero e la possibile uscita è come offuscato da un'intensa luce davanti alla quale si può intravedere qualcosa solo stringendo gli occhi a fessura. Ciò mi lasciata un po' titubante, perchè avrei trovato molto più interessante capire a fondo i meccanismi mentali che scattano durante la riabilitazione, mentre qui l'accento è posto soprattutto, o anzi solamente, sul periodo oscuro di estremo dolore che la precede. Se state cercando un romanzo che descriva in modo più preciso il tipo di malattia, come la si cura e gli ambienti psichiatrici questo non fa per voi. 
In generale, però, La campana di vetro è una lettura scorrevole e adatta per chi è affascinato dalle dolorose deformazioni della mente e semplicemente da come queste si riflettano sull'Io. Inoltre, trovo che sia scritto molto bene e che ci siano parti liriche, in cui la protagonista sembra entrare in una dimensione di profonda connessione con la propria intimità, descritte splendidamente. 


VOTO                                    

sabato 11 febbraio 2017

Segnalazione uscita Dunwich edizioni - The last Valkyrie: Tre anelli - Tre re, Jennifer Sage

Il giorno 13 febbraio non perdetevi l'uscita di questo nuovo romanzo, primo di una trilogia, firmato Jennifer Sage, edito da Dunwich Edizioni: una storia in cui i miti nordici sono protagonisti e si alternano amore, sensualità, avventura e antiche profezie. 

The last Valkyrie: Tre anelli - Tre Re - Jennifer Sage
Pagine: 400
Edizione: Dunwich Edizioni
Genere: Paranormal romance / Fantasy erotico

Potrete acquistarlo cliccando qui a partire dal giorno 13 febbraio, a 3,99€ in formato ebook o 14,90€ in formato cartaceo.


TRAMA                                                        
Un genocidio ha spazzato via le Valchirie, le uniche messaggere capaci di viaggiare liberamente fino ad Asgard e nel Valhalla, oltre agli Dei. Allo stesso tempo, una magia nera tiene segregati gli Dei ad Asgard fino a quando il Ragnarok non sarà completo, e tutti gli Dei e i regni saranno distrutti, in modo che nuove divinità possano salire al trono.
La nascita di Kara su Midgard non è stata registrata e, dalla morte della sua stirpe, ha vissuto nascosta presso il Drago a cui darebbe l'anima. Il suo amore per Zane è un pozzo senza fondo e, nonostante la compagna del Drago sia morta nel genocidio, Kara non può fermare i suoi sentimenti. Non riesce a controllare il suo cuore più di quanto non riesca a capire come essere una Valchiria e liberare gli Dei. Zane è stato il suo mondo per più di due secoli, mantenendo segreti che potrebbero mandarla completamente in frantumi.
Rune ha concubine e contratti, ma adesso ha il compito di insegnare la magia a una Valchiria ormai sola per fermare la nazione Pro Ragnarok, come lui stesso la chiama. Rune non prende parti, ma conoscere il piacere...lo conosce molto, molto bene. Qualcosa di cui Kara ha bisogno da moltissimo tempo e che le è sempre stato negato. Il suo cuore appartiene a Zane, il suo Drago, ma lui non è mai stato davvero suo. 
Illustrazione a cura di Claudia di Phatpuppy Art
Un viaggio attraverso l'amore, il lutto, la magia e la redenzione nel più improbabile dei luoghi.


L'AUTRICE                                                               
Jennifer Sage ricevette i primi riconoscimenti di scrittrice sin dalla seconda elementare, quando le venne concesso il premio Giovane Autore nello Stato della Florida. Le sue poesie erotiche sono state pubblicate e condivise in tutto il mondo, i suoi libri apprezzati a livello internazionale.
Nel 2011 è stato pubblicato il suo primo romanzo, Immortal Dreams, subito seguito da Immortal Bound. I due volumi sono parte di una serie fantasy/suspense/romance ambientata in uno scenario urbano. Keltor, primo libro della serie The Guardian Archives, è stato pubblicato nel 2012 ed inserito nella categoria dei paranormal romance. I due seguiti, Ratha - la magia interiore e Dante - parte prima, sono stati pubblicati anche in Italia. È in arrivo in Italia anche la seconda parte di Dante, in uscita nell'estate 2017. 

giovedì 2 febbraio 2017

La luna e i falò, Cesare Pavese

La luna e i falò - Cesare Pavese
Pagine: 211
Edizione: Einaudi


TRAMA                                                                              
Il protagonista, Anguilla, all'indomani della Liberazione torna al suo paese delle Langhe, dopo molti anni trascorsi in America e, in compagnia dell'amico Nuto, ripercorre i luoghi dell'infanzia e dell'adolescenza in un viaggio nel tempo alla ricerca di antiche e sofferte radici. 


RECENSIONE                                                                   
Il protagonista di questo libro non ha nome, non ha radici, non ha una famiglia. Fin dall’inizio si presenta come un atomo solitario vagante per l’universo, che finisce per atterrare nella valle del Belbo, come per caso, più che per scelta. Qui incontra qualche suo simile, ma soprattutto elementi poco reattivi con lui. Gli viene dato un nome, Anguilla, diversi tetti sotto cui stare, ma non si sentirà mai al suo posto. È formidabile il modo in cui Pavese riesce a rendere la condizione ambigua di questo soggetto, l’espatriato, tipica figura dei suoi romanzi. L’espatriato è colui che alla ricerca di una vita migliore, del proprio posto nel mondo o semplicemente per fare fortuna si sposta dal paese d’origine e viaggia, soprattutto all’estero e nelle Americhe. Ma un giorno, spinto da un richiamo interiore, torna alla propria terra d’origine con tutto ciò che questo comporta, trovandosi a dover confrontare il cambiamento e lo spaesamento. Tale condizione richiama quella di Pavese stesso, che durante la sua vita venne condannato a tre anni di confino in Calabria con l’accusa di antifascismo. 
Il suo Anguilla è un bastardo che convive senza apparente difficoltà con questa sua natura dai tratti sfumati, indefiniti. Sembra star bene senza sapere chi l’ha messo al mondo, di che colore erano gli occhi di sua madre, qual è la sua vera terra, la sua vera casa, tutto ciò che compone il suo vero Io. Semplicemente atterra per caso sulle rive del Belbo, a Santo Stefano in Piemonte, come un piccolo uccellino incapace di volare piomba al suolo.
All’inizio del racconto egli è adulto. Lo incontriamo al momento del suo ritorno dopo aver fatto fortuna in America e compiamo insieme a lui un percorso a ritroso: l’infanzia nella famiglia adottiva, l’adolescenza nella villa della Mora con le tre belle Silvia, Irene e Santina. Soprattutto quest’ultima parte è come dilatata, occupa moltissime pagine. Le avventure adolescenziali di Anguilla sono quasi nulle, la sua realtà è scandita dal lavoro nei campi, dalla sua diligenza. La sua persona è quasi invisibile in questa parte della narrazione, si affida all’osservazione, a guardare gli altri vivere la propria giovinezza al posto di viverla lui stesso. È un personaggio  che si mantiene nell’ombra e resta sconosciuto tanto agli altri personaggi quanto al lettore stesso. Passa le sue giornate in un atteggiamento di modestia, devozione e senso del dovere; a lavorare, a svolgere i compiti che gli sono affidati. Non si capisce perché lo faccia, dato che nei suoi pensieri finisce per prevalere sempre il fascino del rumore del treno che passa, diretto verso mete sconosciute, o i sogni di uno spazio più aperto, impregnato di libertà. Le sue uniche gioie sono la visione di Silvia, il suo amore di lontano che mi ha ricordato un po’ quello del Dolce Stil Novo o l’ammirazione di Leopardi verso la giovane omonima; l’ascolto delle canzoni che Irene suona al pianoforte con le sue mani ben curate. Le due fanciulle sono una parte essenziale del racconto, pur non entrando quasi mai in diretto contatto con Anguilla, mantenendosi sempre ad un gradino di distanza rispetto a lui, che si limita a guardarle di sotto in su. L’unica idea certa che come lettrice sono riuscita a formarmi sul personaggio di Anguilla è che lui sia in realtà superiore alle ragazze, che le guardi inconsapevolmente dall’alto verso il basso, grazie al suo animo ricco di ambizione e aspirazioni di grandezza che si oppone alla superficialità e sostanziale nullafacenza delle due.  
I ricordi seguono quasi sempre l’ordine cronologico, nonostante spesso ci siano dei balzi in avanti, perché ci si concentra su quelli più vividi o su momenti cruciali. Ci sono poi flash del successivo trasferimento a Genova, delle prime relazioni con le donne, e qualche capitolo viene dedicato anche all’America, ma solo in modo fugace. Il tanto bramato desiderio di allargare i propri orizzonti viene quindi esaudito, ma non sembra essere così soddisfacente e fondamentale come sembrava: scompare nell’ombra del passato nella terra della giovinezza, che viene riscoperta nel presente.
L’espediente del ritorno dopo molti anni da parte del protagonista permette di intrecciare il filone dei ricordi alla vita presente. Tanto l’ambientazione quanto le persone vengono come ritratte in maniera speculare, com’erano e come sono.La condizione che Anguilla trova al suo ritorno viene rappresentata emblematicamente dalla famiglia stabilitasi nella casa della sua infanzia: una famiglia misera, composta da persone brutte, vecchie, deformi.  La cosa più agghiacciante è che il narratore rifiuti lo sguardo critico, a favore di un lucido tagliente realismo. Lo storpio, giovane Cinto è agli occhi di Anguilla ciò che sarebbe stato lui se fosse rimasto nel paesino, cristallizzato e immutabile come un minerale in una realtà ignorante e statica. La drammaticità del suo destino ritrae tutta la tristezza della condizione di ristagno di chi affonda le proprie radici nella povertà; esso sembra inoltre rispecchiare la crudele sorte riservata alle tre belle sorelle della Mora, come a voler dire che dall’adolescenza del protagonista, appartenente ad un tempo ormai concluso, fino all’età adulta del presente le
cose non siano cambiate. Come se le belle e ampie valli ricche di coltivazioni siano perseguitate da anni da una maledizione che si abbatte su chi non ha il coraggio di cambiare la propria vita, di lanciarsi verso un ignoto futuro migliore.
Un filo conduttore nella vita del protagonista è Nuto, prima mentore e poi amico alla pari. È un personaggio d’effetto, che si stampa nella memoria del lettore e vi resta. Ha personalità, senso della giustizia e ideali corretti in un mondo dagli orizzonti ristretti e forgiato nel pregiudizio bigotto. Pur restando sempre “nei paraggi” egli ha avuto il coraggio, seppur solo per qualche anno, di ribellarsi al destino che gli era stato riservato, ovvero quello di proseguire il lavoro del padre, e ha preferito spostarsi, cambiare continuamente la sua posizione sulla mappa grazie al mestiere di musicista. In quegli anni si è dato ad una vita libertina, fatta di frequenti notti in bianco nei campi dopo le feste di paese, continuamente spostandosi nelle cittadine circostanti come fosse il pifferaio magico con una schiera di giovani ballerini brilli al seguito.  Una vita spavalda interrotta dall’orrore e dalla crudeltà della guerra, che riporta tutti con i piedi per terra, attenti alle necessità primarie e alla sopravvivenza.
Pur nella sua semplicità, ho trovato questo libro molto denso. La sostanziale mancanza d’azione  permette di immergersi nelle profondità dell’animo umano, di indagare la bramosia che spinge nelle viscere delle persone più umili. È un romanzo, soprattutto, che mi ha trasmesso tristezza, come se la depressione di Cesare Pavese non potesse evitare di impregnare la sua scrittura. Essa traspare, in più punti, in modo velato ma percepibile: un’amarezza della vita che fa da sfondo costante. 


VOTO                                            

martedì 24 gennaio 2017

Berlin Alexanderplatz - Alfred Doblin

Berlin Alexanderplatz - Alfred Doblin
Pagine: 500
Edizione: BUR


TRAMA                                                                 
Il romanzo epico Berlin Alexanderplatz, ambientato nella Berlino anni '20, narra le vicende di Franz Biberkopf, ex detenuto alla prigione di Tegel, che ritornato in città si ripropone di vivere onestamente. Verrà ostacolato nel suo proposito da compagnie sbagliate e da un destino più grande di lui. Cadrà tre volte fino alla presa di coscienza definitiva. 


RECENSIONE                                                    
Ho dovuto leggere Berlin Alexanderplatz per un esame universitario e a causa dei commenti che mi erano giunti all'orecchio, non l'ho iniziato con particolare entusiasmo. Tale è rimasto il mio approccio per tutta la durata della lettura, che mi è risultata decisamente pesante e poco gradevole. Per finirlo entro un determinato giorno, mi ero imposta un certo numero di pagine da leggere ogni giorno e spesso non riuscivo a terminarle perchè le trovavo decisamente poco coinvolgenti. 
Il libro si compone di vari elementi, perchè l'autore vi applica la tecnica del montaggio: alla storia di base aggiunge riferimenti biblici e alla classicità, ma soprattutto flash di tutto ciò che il protagonista incontra sul suo cammino, andando per le strade di una Berlino anni '20, che hanno l'obiettivo di riprodurne l'atmosfera caotica. Essi si compongono di elenchi infiniti di nomi di vie, fermate dei tram oppure di oggetti esposti nelle vetrine dei negozi, notizie riportate sui giornali ed episodi di cronaca che vengono raccontati per filo e per segno, nonostante non siano funzionali allo sviluppo degli eventi. Vengono utilizzati inoltre vari stili narrativi, come il monologo interiore, il discorso indiretto libero e spesso si passa dalla narrazione in terza persona ai pensieri dei personaggi senza nessuna introduzione, cosa che provoca un certo spaesamento nel lettore. Mi ritrovavo a non capire di cosa si stesse parlando per intere righe. 
Tolti tutti questi ostacoli alla lettura, l'intreccio di base non sarebbe neanche male, bensì ricco di azione e colpi di scena e anche spunti di riflessione. Si racconta la storia di Franz Biberkopf, che uscito dalla prigione di Tegel, nel momento della reintroduzione in società si ripromette di vivere onestamente. Gli si oppone un destino più grande di lui, che ne scrive la sorte. Ciò ricorda un po' gli eroi epici nelle mani delle divinità, ma a differenza di questi Franz è un antieroe che subisce gli eventi in modo passivo e che, una volta compiuti errori madornali, si rifiuta di compiere un auto-analisi volta a migliorarsi e a riconoscere i propri sbagli per poi porvi rimedio. Preferisce atteggiarsi in maniera arrogante, affermando la forza del proprio Io di rimettersi in piedi ogni volta, nonostante tutto. Ciò lo porta a cadere tre volte fino ad un momento decisivo di drammatica svolta. 
Il finale presenta un quadro a mio parere geniale, che però perde la sua essenza nella solita narrazione inframmezzata da elementi inutili: il confronto di Franz con tutti i suoi errori che lo vanno a trovare come personificazioni realmente esistenti, tridimensionali, che lo affrontano e lo interrogano.
In generale, anche i personaggi presentati sono interessanti, presentano tratti psicologici e comportamenti originali. Contribuiscono a costruire l'immagine di una Berlino povera e criminale in cui la gente sopravvivere solo tramite sotterfugi e reati. 
So che lo stile riflette un particolare approccio al mondo dell'autore e che si tratta, ovviamente, di una scelta ragionata e volutamente provocatoria, ma ha reso la lettura un incubo in certi punti e ciò ha oscurato tutti i possibili lati positivi ed espedienti narrativi originali. 


VOTO